La nuova Siria
Pubblicato il 25-01-2026
Secondo Daniele Santoro, esperto di Turchia della rivista Limes, da oltre quarant’anni la Siria è il microcosmo della geopolitica turca, perché l’andamento delle relazioni bilaterali e le modalità della presenza di Ankara oltreconfine anticipano la traiettoria strategica complessiva della sua politica estera.
In Siria, il governo di Ahmad al-Sharaa propone un modello di neoliberalismo islamico fondato su privatizzazione di asset statali (porti e fabbriche) e austerità come dogma (soprattutto in termini di tagli alla spesa pubblica). Allo stesso tempo i beni dello Stato (in buona parte bottino di guerra) sono distribuiti tra i fedelissimi del regime e i businessmen che hanno sostenuto la causa, creando l’ennesima fusione inscindibile tra potere politico, religioso ed economico. Inutile dire che le conseguenze sociali saranno pesanti: se le condizioni di vita miglioreranno leggermente rispetto agli anni catastrofici della guerra, lo sviluppo sarà iniquo e comporterà una progressione di bassi salari, di servizi pubblici scadenti e di disuguaglianze estreme. Difficile pensare che in queste condizioni ci sarà un massiccio ritorno di profughi. Come sottolineano non pochi osservatori turchi, la Siria sta applicando, a modo suo, il modello di sviluppo dell’akp di Erdoğan: un mix di conservatorismo sociale, nazionalismo e politiche economiche neoliberali, che favoriscono la creazione di una cerchia ristretta di conglomerati fedeli al presidente. Ma l’aumento del 31,2% delle esportazioni turche verso la Siria è la prova dell’egemonia economica che Ankara sta costruendo nel Paese confinante.
La Siria post-bellica, con la sua economia da ricostruire, diventerà un mercato naturale per le merci e gli investimenti turchi, creando una dipendenza strutturale da Ankara. La riduzione dei dazi doganali siriani per 260 prodotti turchi è un segnale chiarissimo di questa influenza. Recentemente la nuova leadership siriana ha partecipato al World Economic Forum di Davos, a dimostrazione che l’ideologia al potere può essere islamista ma anche perfettamente compatibile con i circuiti della finanza globale. Detto in altro modo, la retorica può essere religiosa e antioccidentale, ma la pratica economica è integrata nel capitalismo globale.
La Turchia, con il suo ruolo di ponte e il suo potente settore business, è l’intermediario ideale di questo processo. Non solo, l’iniziativa turca in Siria (e la debole reazione occidentale) è un sintomo del disimpegno relativo degli usa dalla regione. La Turchia sta provando a colmare questo vuoto, posizionandosi come l’attore fondamentale per qualsiasi "pace" o stabilizzazione futura. Ma la "pace" che emerge da questo scenario non è basata su valori democratici o sui diritti umani, ma piuttosto funzionale e autoritaria (in questo senso, il modello trumpiano stesso fa scuola), garantita da un equilibrio di forze e da un modello economico che premia le élite affiliate al potere.
Ma questo modello turco-siriano offre, per il momento, una stabilizzazione (seppur di basso livello) che ferma il flusso di migranti e contrasta altre potenze rivali come l’Iran o la Russia. Il cinismo di una politica internazionale asfittica accetterà probabilmente di buon grado questo processo in corso, in nome di una “stabilità”, benché precaria, che diventa un processo politico di ridefinizione dell’intera regione. Al centro di questo processo, lo ribadiamo, c’è la Turchia di Erdoğan, che non sta solo influenzando la politica siriana, ma sta esportando il suo modello di governance e costruendo una sfera di influenza economica che potrebbe plasmare il Medio Oriente dei prossimi decenni. Intanto, il futuro della Siria sembra sempre più legato a un ordine regionale che ha ad Ankara il suo epicentro strategico ed economico.
Claudio Monge
NP Novembre 2025




