La nuova elettricità
Pubblicato il 04-09-2025
Opportunità, limiti, questioni etiche. L’Intelligenza Artificiale (IA) è una di quelle innovazioni che segna un prima e un dopo nella storia. Da affrontare senza pregiudizi e con fiducia. Barbara Caputo è una scienziata che si occupa da anni di questi temi.
Professoressa ordinaria al Politecnico di Torino dopo diverse esperienze all’estero, oggi dirige l’Hub sull’Intelligenza Artificiale dell’Ateneo. È considerata una dei massimi esperti in materia.
Lei definisce l’intelligenza artificiale come la nuova elettricità. In che senso?
Uso questa immagine perché l’IA è pervasiva proprio come l’elettricità, è abilitatrice di tutta una serie di funzioni che riguardano la nostra vita. L’IA non è altro che l’automazione dell’elaborazione dei dati digitali e oggi tutto è diventato un dato digitale. Con i nostri sensori possiamo misurare ogni cosa a bassissimo costo, possiamo trasformare ogni fatto della nostra vita in dato.
Di fronte a tutti questi dati abbiamo due scelte: o buttiamo via tutto oppure possiamo costruire qualcosa di nuovo.
Per esempio?
Gli ambiti di applicazione sono tantissimi. Pensiamo al settore bancario dove l’IA è entrata soprattutto come analisi di flussi e profilazioni. Oppure ai satelliti che attraverso l’IA possono imparare a mantenere la propria rotta.
Nell’IA vedo anche una grande possibilità di crescita dei percorsi creativi delle persone.
Oggi i ragazzi possono inventare contenuti con pochissimi costi. E questo è uno spazio di libertà molto ampio. Stessa cosa, vedo un’opportunità nel campo dell’insegnamento attraverso percorsi formativi personalizzati capaci di rispondere a qualunque esigenza.
È già così?
Sì, qualche tempo fa ho parlato al bar con una studentessa che mi ha confessato di usare ChatGpt in un modo geniale. Siccome non capiva il suo professore di statistica, aveva chiesto all’IA di riscrivergli gli appunti per renderli comprensibili. E funziona! Ecco, se usassimo l’IA per provare a capire meglio, questo sarebbe un grande spazio e strumento di libertà.
In cosa invece rischiamo di essere meno liberi?
Dobbiamo fare attenzione perché da tanti anni stiamo vendendo i nostri dati, anche con una semplice tessera del supermercato. Non è un caso che le piattaforme di e-commerce siano di fatto personalizzate.
Esiste il tentativo di influenzare la nostra libertà di acquisto e spesso funziona.
La stessa cosa può avvenire in campo politico. Però dobbiamo essere chiari: tocca all’umanità decidere quanto e cosa far fare all’IA. Ogni scelta ha un costo sociale, anche l’IA ha un costo e penso che la nostra intelligenza sia ancora importante.
L'Europa a differenza di altri ha deciso di regolamentare la materia. Ha senso?
Sia chiaro, il mondo senza regole non esiste perché a quel punto conterebbe solo la legge del più forte. Sono però critica nei confronti della legislazione europea attuale, perché i principi devono essere calati poi nella realtà di 27 Stati diversi, con 27 procedure diverse. Negli Stati Uniti, con un’unica procedura posso operare in 50 Stati.
La situazione attuale poi è caratterizzata da operatori extra- UE che si appropriano dei nostri dati e che sono quindi al di fuori di un reale controllo e concorrenza. Mi accorgo anche che, a livello di decisori, manca una cultura scientifica appropriata. Anche in Italia, non abbiamo ancora assimilato veramente Galilei e il suo metodo scientifico. Regolamentare qualcosa che non si capisce o comprende pienamente è veramente difficile e può creare dei problemi.
Nel campo della ricerca sull’IA c’è un forte squilibrio tra investimenti pubblici e privati. Le big tech (Amazon, Google, Meta, Microsoft) hanno annunciato investimenti di oltre 300miliardi. Questa concentrazione di potere è un problema?
Per prima cosa dico che queste cifre devono essere lette con attenzione perché possono sviare. Anche in questo campo, annunci e posizioni muscolari servono soprattutto per frenare nuovi competitor.
Certo, la situazione italiana è ancora diversa perché la ricerca privata è scarsa e quella pubblica è gravata da un’incertezza totale. La politica cambia continuamente opinioni, quando servirebbe una programmazione di lungo periodo. Inoltre, vedo una discrepanza tra ricerca e mercato.

Di che tipo?
È difficile trasformare il frutto della ricerca in un brevetto.
Il mondo dell’università e della produzione sono ancora lontani. L’idea che rimane sul piano teorico è molto importante, ma poi bisogna tradurla concretamente in un prodotto vero e proprio.
Come si inverte questa tendenza?
Si può cambiare rotta, come dimostra l’esperienza francese.
Dieci anni fa, la Francia era a un livello basso. Poi Macron ha deciso di investire molto sulla IA con una politica di programmazione e circa 200 milioni di euro.
Si è riuscito così a trovare tre grandi esperti che si sono dimessi dalle loro aziende high tech e che hanno dato vita a quella che oggi è il più grande colosso europeo del settore. Dovremmo prendere esempio da loro.
C’è un tema poco considerato quando si parla di intelligenza artificiale e riguarda le implicazioni ambientali…
Proprio così. La verità è che queste tecnologie richiedono una quantità incredibile di energia: i calcolatori disperdono un calore enorme e hanno bisogno di continuo raffreddamento. Non possiamo permettercelo all’infinito.
Forse l’IA potrà risolvere tutti i problemi del nostro tempo, ma per paradosso dovremmo tornare alla legna e alle candele per dare ai computer tutta l’energia necessaria per fare i calcoli.
Dobbiamo chiederci con onestà se ci serve tutta la mole di dati che abbiamo a disposizione. Dovremo fare delle scelte.
L’altro impatto è quello sociale ed economico. I divari geopolitici e generazionali aumenteranno?
Purtroppo sì. In questo non sono ottimista. Le diseguaglianze ci sono, penso prima di tutto a quelle dei giovani.
Immagino che tutti vorrebbero lavorare su questi temi. Ma se nasci dalla parte sbagliata del mondo non potrai mai avere gli strumenti concreti per tradurre in realtà quello che studi. Per come è fatto il campo da gioco in questo momento non si può pensare diversamente.
Mi piacerebbe che tutti gli studenti in Italia avessero la possibilità di accedere almeno una volta al super computer italiano che si chiama Leonardo. È veramente importante che i ragazzi si cimentino direttamente su queste macchine.
Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro?
Non mi aspetto tanti salti in avanti come in questi ultimi tre anni, da quando è uscito ChatGPT. Mi aspetto un rallentamento nello sviluppo.
Già stiamo superando le prime paure, soprattutto potremo capire su quali ambiti investire e quali abbandonare. Possiamo dire che avremo più tempo per conoscerci meglio. Detto questo, vedo tanti giovani italiani brillanti che dopo i loro studi partono per l’estero.
Tornando all’immagine iniziale dell’IA, come possiamo vivere con questa elettricità senza elettricisti? È grave che un Paese come il nostro non sappia coltivare i propri talenti. È una scelta fondamentale su cui investire.
A cura della redazione
FOCUS
NP maggio 2025




