La musica: cibo per l'anima

Pubblicato il 30-07-2025

di Mauro Tabasso

Duke Ellington sosteneva che «esistono solo due generi di musica: quella bella e quella brutta», e io concordo pienamente.
Quella brutta per me è drasticamente inutile. Ci sono cose (e molte) scritte di cui posso fare tranquillamente a meno, poiché non aggiungono assolutamente niente alla mia esistenza, anzi… Sono persuaso che il 70%, forse l'80% o più della musica scritta sia assolutamente noiosa, di maniera, sia esercizio di stile, fonte di guadagno fine se stesso (per qualcuno, buon per loro…). Insomma, sia tutto fuorché bella ed emozionante (e a ben guardare neppure del tutto etica).
La musica non sfama, non disseta, non cura, non riscalda, non soddisfa nessun bisogno primario dell’uomo… L’unico scopo che ha è quello di creare emozioni, perché l’uomo (come specie) non può vivere senza provare emozioni; belle o brutte che siano, spesso sono loro a tenere in pugno la nostra esistenza se non troviamo la volontà e il modo di controllarle.
Un uomo può resistere diversi giorni senza mangiare, alcuni senza bere o senza dormire, al caldo o al freddo, in salute o malato, ma non può vivere un solo istante senza emozioni, e – men che meno – la sua vita può raggiungere pienezza senza provare emozioni (soprattutto belle, appaganti). La musica cosa fa se non regalarci proprio quel cibo per l’anima che andiamo tanto ardentemente e laboriosamente cercando, e che nutre (o cura) parti del corpo che a volte dimentichiamo perfino di avere? Una musica non emozionante è la cosa più inutile che esista.

Io vivo di musica (da professionista) dal 1993, e nella mia carriera mi sono occupato di tutti gli aspetti legati alla composizione e alla produzione musicale, in campi che vanno dalla discografia all’editoria cartacea. Ho avuto la fortuna di dirigere compagini grandi e piccole, importanti e meno blasonate, a volte anche con solisti d’eccezione, ma è con l’Orchestra Giovanile dell'Arsenale della Pace di Torino, che ho fondato insieme ad alcuni amici del Laboratorio del Suono - Sermig, che mi sono divertito di più. Quando dirigo dico ai miei orchestrali (professionisti e non) che per emozionare bisogna essere emozionati, bisogna essere credibili, autorevoli, non degli impostori. Se voglio condividere qualcosa di davvero autentico, devo averne esperienza, devo averlo provato sulla mia pelle. Diversamente il pubblico avrà l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno che invece di suonare sta facendo un compitino o, peggio, una bella predica, o addirittura una “marchetta”, per usare un’espressione colorita…

Io credo che la musica sia anche tutto ciò che non è scritto. Mi spiego meglio. La partitura è un recinto, un terreno di gara, la tracciatura del percorso che può essere più bello o più brutto. È un progetto che vale il plauso (o la bocciatura) del progettista (ovvero del compositore). Ci sono musiche straordinariamente belle a prescindere da chi o con che cosa vengano eseguite; per esempio, Bach sulla chitarra classica o elettrica o sul pianoforte continua a essere sempre e meravigliosamente Bach, eppure in vita sua non ha mai visto (per motivi cronologici) né una chitarra (figuratevi un amplificatore), né un pianoforte. Ma i suoi progetti conservano sempre la loro forza e la loro poesia, la loro perfezione degna di un meccanismo della più alta scuola di orologeria, a prescindere dallo strumento e dall’epoca. È sufficiente fare le note (cosa spesso già tutt’altro che semplice). Il compositore stabilisce le traiettorie, le curve, le salite o le discese, il mare o la montagna. È lui che traccia la manche, come accade nello sci alpino. L’interprete si chiama così perché è chiamato a interpretare il tracciato, a mettersi in gioco su quel percorso, nell’edificazione di quel progetto. La musica scritta è il campo di gioco, ma può essere grande, anzi grandissima musica anche tutto ciò che di suo l’interprete mette dentro quel campo e in quel gioco, in quella particolare partitura.
A volte l’esecuzione vale più del disegno stesso. Se non fosse così, e la musica fosse solo le note, sarebbe più che sufficiente avere una (e una sola) versione del Claire de la lune di Debussy; le altre sarebbero automaticamente tutte uguali. Ma dal momento che la musica è innegabilmente anche ciò che non è scritto, ne abbiamo una per pianista, una per ogni interprete, e la cosa fantastica è che sono tutte diverse tra loro, ognuna dice qualcosa di diverso, eppure le note sono sempre quelle… Perché? Perché ognuno di noi è unico e irripetibile.
 

Mauro Tabasso
Focus
NP aprile 2025

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