La missione dell'amore

Pubblicato il 29-09-2024

di redazione Nuovo Progetto

Se c’è una frase per riassumere la missione della Chiesa, è «vivere la santità ». Significa amare, partendo da una frase del vangelo di Giovanni: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il proprio figlio», non per condannare il mondo, ma perché grazie a Lui il mondo fosse salvato. È tutto qui. Ci sono tre spunti che mi interpellano. Il primo riguarda il concetto di Rivelazione: dire che Dio ha amato il mondo si traduce nel fatto che Dio ha stabilito un dialogo con l’umanità.
Dio parla come un amico. La Bibbia usa la parola “alleanza”. Dunque, se il gesto di Dio per rivelarsi è instaurare un dialogo con l’umanità, la missione della Chiesa è la stessa. Questo conferisce al termine “dialogo” un tono teologico molto forte: il dialogo non è una semplice chiacchierata, ma un incontro tra noi e Dio, il gesto rivelatore di Dio, il suo modo per farsi vicino. Per questo dico sempre che l’impegno per il dialogo non passa dalla teoria, ma dalla vicinanza nella vita normale di tutti i giorni. Se «Dio ha tanto amato il mondo», e non «Dio ha tanto amato la Chiesa», vuol dire che la Chiesa deve accettare di non stare al centro, ma di mettersi a servizio di questo amore. Solo passando dalla porta del servizio ai poveri avremo la possibilità di scoprire il senso della vita. Non è la Chiesa che è al centro, ma Dio e il mondo. La Chiesa è come il lievito nella pasta: alla fine non bisogna più trovare il lievito, ma il pane ben cotto. Questa è la prima idea.

La seconda cosa che ho imparato in questi anni è la particolarità del legame tra la fede cristiana e quella ebraica. È partendo da queste radici che possiamo relazionarci anche con le altre religioni.
Un cristiano non può raccontare la sua identità senza far riferimento a un’alterità (l’ebraismo) che è costitutiva di quell’identità. Perché un’identità che dimentica l’alterità di cui è portatrice diventa un’identità mortifera.
Arriviamo qui all’idea della “promessa”. Il compito del popolo ebraico è credere nella promessa e tradurre questa fede nell’osservanza della vita quotidiana. La fede cristiana non abolisce la promessa, si inserisce in questo orizzonte e aggiunge la sfumatura della missione. Ai cristiani di Marsiglia dico sempre di smettere di guardare i numeri perché la missione va vissuta con fiducia.

La cattolicità della Chiesa è la sua vocazione. Si dice che la Chiesa è una, ma in realtà è un divenire di unità; è santa, ma di fatto tante volte non è proprio così, però è chiamata alla santità e la cattolicità è la stessa cosa.
Come funziona? Un vescovo in una città non tanto lontana da qui, Lione, sant’Ireneo, proponeva questa immagine: il Padre lavora con lo Spirito e il Figlio e lo Spirito e il Figlio sono le due mani del Padre.
Allora la missione della Chiesa è essere testimone del Figlio, che è ciò che siamo, e imparare a lavorare con lo Spirito Santo. Ecco perché dico che la parola essenziale è “amare”.
Perché chi ama davvero non è centrato su se stesso, si dona e dona e non si preoccupa di sé, della sua sopravvivenza e dei suoi problemi. Vedo tanti cristiani che si preoccupano soltanto della sopravvivenza della Chiesa, invece di amare.
E non bisogna mai dimenticare che l’identità e l’alterità stanno insieme e l’alterità che fa paura in realtà sta insieme all’identità.
È lo Spirito santo che è responsabile della missione e mi chiede soltanto una cosa: la vicinanza e la bontà, perché «la bontà è disarmante».
 


Imparare a collaborare con lo Spirito Santo è il cammino della missione, perché lo Spirito Santo che tiene insieme la Chiesa e la invia in missione, la precede sempre.
Lo Spirito opera dappertutto.
Lo Spirito Santo ha cominciato già prima che tu sia arrivato.
Ricordo che Giovanni Paolo II quando arrivava da qualche parte si inginocchiava per baciare la terra, come per dire che lo Spirito santo ha lavorato questa terra prima ben prima che il piede dei missionari toccasse quel suolo.
Questa è anche la missione gioiosa.
Questo mette nelle condizioni di credere che lo Spirito Santo abbia già agito in chiunque noi incontriamo, quindi noi dobbiamo stringere amicizia e offrire vicinanza, accoglienza, camminare insieme alle persone.
E quando arriva il momento giusto dire come Filippo all’eunuco e Pietro a Cornelio: quello che stai cercando, ti anima e ti dà la forza di vivere, te lo dico io cos’è, lo Spirito di Gesù Cristo.
È molto semplice.


Il Mediterraneo, nuovo lago di Tiberiade
Il Mediterraneo come “il lago di Tiberiade” del nuovo universo delle nazioni che sono sulle rive di questo lago sono nazioni adoratrici del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, del Dio vero e vivo. Queste nazioni, col lago che esse circondano, costituiscono l’asse religioso e civile attorno a cui deve gravitare questo nuovo Cosmo
delle nazioni… E praticamente cosa fare? Cosa deve fare l’Italia cristiana? Preoccuparsi (con la preghiera, con la meditazione e con l’azione prudente, ma intelligente e a “largo respiro”) della “unificazione”, della convergenza, di queste nazioni mediterranee. Svolgere la propria azione politica, economica, culturale, sociale (religiosa) ecc. in vista della costituzione di questo “centro” del nuovo universo delle nazioni: in vista della costituzione di questo punto di attrazione e di
gravitazione delle nazioni: perché da Oriente e da Occidente le nazioni “vengano a bagnarsi” in questo grande lago di Tiberiade, che è, per definizione, il lago di tutta la terra.
Giorgio La Pira, 1958, Lettera a mons. Dell’Acqua perché la consegni a Pio XII
 

Il dialogo della salvezza.
Piccola teologia della missione.
di Jean Marc Aveline
Libreria Editrice Vaticana, 2024

… la missione è l’accoglienza di una salvezza
che Dio opera nella categoria della promessa...
Una riflessione che si innerva con l’esperienza
umana e spirituale dell’autore,
cardinale «di frontiera» in una città-laboratorio
di culture come Marsiglia.

 

a cura della redazione
(testo non rivisto dall’autore)
NPFOCUS giugno / luglio 2024

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