La lotta per l’acqua

Pubblicato il 15-12-2025

di Paolo Lambruschi

Gli effetti della costruzione della grande diga del rinascimento etiope sui Paesi del Corno d’Africa

L’acqua diventa causa di crisi nel Corno d’Africa e nel nord del continente. L’acqua dolce del Nilo e quella salata del Mar Rosso. L’inaugurazione ufficiale il 9 settembre scorso della Grand Ethiopian Renaissance Dam (gerd), la grande diga del rinascimento etiope, costruita dall’italiana Webuild (ex Impregilo, l’azienda che dovrebbe costruire il ponte sullo Stretto) a 15 chilometri dal confine con il Sudan e a circa 700 da Addis Abeba. Aiuterà lo sviluppo dell’Etiopia producendo energia per elettrificare il 60% del secondo Paese africano. Secondo il ministero dell’Acqua e dell’Energia di Addis Abeba, la gran diga permetterà di esportare energia verso Sudan, Kenya e Gibuti, Tanzania, Sud Sudan, Uganda e Ruanda e, in prospettiva, nello Yemen, coprendo fino al 20% dei consumi dell’Africa orientale. Ma l’acqua del Nilo Blu è indispensabile al Sudan e all’Egitto per l’agricoltura e non c’è un trattato che regoli l’uso dell’oro blu. Soprattutto il Cairo è quindi in prima linea contro la mega diga, perché dal Nilo trae il 90% del proprio fabbisogno idrico e teme che il riempimento del bacino della gerd riduca drasticamente le portate del fiume, compromettendo agricoltura, approvvigionamento idrico e produzione elettrica della diga di Assuan. In caso di siccità, teme che l’Etiopia possa privilegiare i propri interessi energetici a scapito dei flussi idrici.

L’ex viceministro degli Esteri egiziano Higazy ha definito l’apertura della diga da parte etiope «un atto unilaterale irresponsabile e ostile, un crimine contro l’ambiente e un assalto alla sicurezza regionale» per non aver concordato le regole di riempimento e funzionamento con Egitto e Sudan. Il governo di Al Sisi si riserva il diritto di intraprendere azioni diplomatiche o legali anche davanti al Consiglio di Sicurezza dell’onu.

Il Sudan, dilaniato da una guerra civile dall’aprile 2023, vede sì nella diga etiope un’opportunità per importare energia a basso costo e beneficiare di un flusso più regolare delle acque nilotiche sempre a rischio inondazioni, ma teme che una gestione unilaterale etiope possa danneggiare le sue dighe e mettere a rischio la sicurezza alimentare di milioni di persone. Costata circa cinque miliardi di dollari, in gran parte autofinanziata grazie a bond popolari lanciati dal governo, la colossale diga è servita al governo etiope per rilanciarsi come potenza energetica e rilanciare il tema dello sbocco al mare.

Dal 1991, anno dell’indipendenza eritrea che tolse Assabe Massaua, l’Etiopia, che ha oltre 120 milioni di abitanti e deve trovare nuove forme di sviluppo, è priva di sbocchi sul mar Rosso, nel frattempo diventato una delle vie commerciali più ricche del pianeta grazie al passaggio dei prodotti cinesi e asiatici verso l’ue. Ai primi del 2024 il premier Abiy ha rivendicato il diritto della nazione allo sbocco al mare e ha siglato un memorandum d’intesa con il Somaliland – formalmente S tato regionale somalo, ma che da 30 anni agisce come fosse indipendente – per affittare 30 km di costa e il porto di Berbera. Memorandum che ha provocato forti tensioni con Mogadiscio, placate solo dall’intervento del presidente turco Erdogan. Così il premier Aby Ahmed ha messo gli occhi sul porto eritreo di Assab facendo salire la tensione con l’ex alleato nella guerra civile in Tigray del 2020-22.

Asmara ha già dichiarato che si difenderà e, benché abbia ordinato alle sue truppe di compiere massacri di migliaia di civili tigrini e saccheggi quando era alleato con gli etiopi nel cruento conflitto del Nord Etiopia, oggi il dittatore Isayas Afewerkisi è schierato con l’ala militare del partito del tplf che vorrebbe vendicarsi di Abiy che gli ha tolto il potere a livello centrale e l’ha sconfitta sul campo. Alleato di ferro dell’Eritrea è l’Egitto, disposto a tutto per indebolire l’Etiopia e la sua diga.


Paolo Lambruschi
NP ottobre 2025

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