La cultura ferita
Pubblicato il 26-02-2026
La guerra cancella cose e persone, brucia città e vite umane. Ma nella sua furia produce anche un’altra conseguenza: colpisce i luoghi del sapere, nega la cultura, cerca di spegnere la memoria collettiva di un popolo. Scuole distrutte, biblioteche incendiate, archivi perduti: è il sapere che diventa cenere, la conoscenza che se ne va, magari per far posto a una propaganda che punta solo a dividere ulteriormente.
La guerra insomma non fa danni solo nel presente: la guerra cerca di riscrivere il passato, e così facendo, di condizionare il futuro.
È un vizio di lungo corso, questo. La volontà di cancellare gli edifici e i libri colpisce al cuore l’identità stessa di un popolo: ecco perché alcuni eventi, per il loro significato simbolico, hanno avuto un grande peso nella storia, contemporanea e non, di molti popoli.
Quando, nel 1992, le granate dell’esercito serbo-bosniaco colpirono la Vijećnica, la grande Biblioteca nazionale e universitaria di Sarajevo, uno dei simboli della città, ebbe luogo uno dei più gravi attacchi alla memoria culturale e al sapere: nell’incendio dell’edificio (durato tre giorni) andò perduta la quasi totalità (oltre il 90%) dei volumi che la biblioteca ospitava (un milione e mezzo, con più di 150 mila manoscritti e libri rari). Il tangibile patrimonio culturale della Bosnia-Erzegovina, la voce e la storia di un popolo, ridotti a un cumulo di macerie.
La storia, anche quella recente, è costellata di episodi simili. I mausolei abbattuti dai miliziani jihadisti nel 2012 a Timbuctù; i musei, i siti archeologici e gli archivi devastati dal sedicente Stato Islamico (isis) a Mosul, in Iraq, fra il 2014 e il 2017; i celebri Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, scolpiti nella roccia nel VI secolo e fatti saltare in aria con l’esplosivo dai talebani nel 2001. Vicende diverse, queste fra le tante, che hanno generato ferite ma che hanno anche aperto nuove vie.
A Sarajevo, la Vijećnica – sede del Municipio – è tornata a vivere nel 2014 come biblioteca e centro culturale, simbolo di rinascita. A Timbuctù, gli artigiani locali hanno ricostruito i mausolei distrutti, riaffermando la continuità di una tradizione millenaria. A Mosul, grazie all’unesco chiese e moschee sono state restaurate e restituiscono oggi un’immagine di pluralismo e resilienza. A Bamiyan, le nicchie vuote dei Buddha sono di fatto diventate luogo di memoria e di ricerca, e nuove scoperte archeologiche nel medesimo sito arricchiscono ancora la conoscenza.
Ovunque dalle macerie è rinato un segno di speranza, insieme al ricordo di ciò che accadde. Sono germogliati progetti di ricostruzione, archivi digitalizzati, scuole con nuovi studenti, biblioteche con nuovo sapere da custodire.
La ricostruzione, dopo un conflitto, non è solo materiale. C’è certamente quella umana di chi è scampato alla morte e affronta nel proprio animo le tante ferite che si sono aperte, ma c’è anche – ed è un aspetto della prima – quella di chi vuol tornare a custodire e a tramandare sapere e cultura. Non propaganda e divisione, ma coesione sociale e fiducia nel futuro. Una vera infrastruttura di pace
Stefano Caredda
NP dicembre 2025




