L'ultimo sigillo
Pubblicato il 21-07-2025
«Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l'idea che c'è in me». «Mia cara Mary, compagna ideale della mia vita, questa sarà l'ultima lettera che tu avrai dal tuo Ugo! E io spero che sappia portarti tanto conforto». «Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza».
L’ultimo attimo della vita è come un sigillo, non puoi tornare più indietro. Se fai il bene, quel bene diventa eterno. Se fai il male, hai perso un’occasione e il senso stesso dell’esistenza. L’ultimo atto della vita nelle parole affidate agli affetti più cari, al proprio amore, agli amici, ai famigliari. Resteranno giovani per sempre Bruno Fittaion, 19 anni, Ugo Machieraldo, 35 anni, Bruno Parmesan, anche lui di 19 anni. Tre partigiani, tutti e tre fucilati nel febbraio del 1945, a poche settimane dalla fine della guerra e della Liberazione.
Bruno Parmesan era un meccanico di Venezia, fece parte delle formazioni Osoppo del Friuli che riunivano partigiani di formazione cattolica e socialista. Fu catturato a Meduno, vicino a Udine, processato e fucilato dai tedeschi contro il muro di cinta del cimitero insieme ad altri 23 compagni. «Papà, fratelli e parenti tutti, – scrive prima di morire – siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra. Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l'ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio. Abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte». Guido non poté esaudire questo desiderio. Sarebbe morto anche lui agli inizi di aprile durante l’insurrezione di Mestre.
Ugo Machieraldo invece era un soldato piemontese. Maggiore pluridecorato della Regia Aeronautica, partecipò alla Guerra civile spagnola e alla Seconda guerra mondiale. Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, decise di entrare nella resistenza. Fu catturato e fucilato davanti al muro del cimitero di Ivrea. «Sono perfettamente sereno nell'adempiere il mio dovere verso la Patria, – scrive alla moglie Mary – so che è col sangue che si fa grande il paese nel quale si è nati, si è vissuti e si è combattuto. Bisogna che tu sappia sopportare da sola con la nostra cara Nena il resto della tua vita che porterà il tuo Ugo nel cuore. Vado ora a morire ma non posso neanche finire, ti bacio forte forte con Nena».
Bruno Frittaion era un ragazzo quando decise di abbandonare la scuola per unirsi alle formazioni comuniste della Brigata Garibaldi “Tagliamento”. Fu tradito da un delatore e consegnato alle Brigate Nere della Repubblica Sociale. Torturato a lungo, poi processato, infine passato alle armi davanti al cimitero di Tarcento. «Muoio senza alcun rimpianto, – scrive alla fidanzata Edda – anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano, anzi sia di aiuto nella grande lotta. Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato».
L’amore concreto che scorre nelle vene, che si ferma davanti a un volto, che alimenta e sostiene un ideale e una causa per cui si può anche morire se necessario. Solo questo resta per sempre, solo questo rende vicini uomini e donne come noi che non meritano di essere ricordati come eroi disincarnati. Ricordiamo piuttosto la loro vita, per meritarci anche il loro sacrificio.
Matteo Spicuglia
NP aprile 2025




