L’arroganza del potere

Pubblicato il 03-08-2026

di Renato Bonomo

In questi ultimi anni, il potere è tornato a mostrare il suo volto più arrogante, senza più alcun pudore. Tutti ricordiamo l’incontro-scontro avvenuto a fine febbraio dello scorso anno alla Casa Bianca tra Trump e Zelensky. Circondato dai "mastini" dell’amministrazione trumpiana, il presidente ucraino è stato oggetto di un irrituale attacco mediatico. Intendiamoci: nel privato degli incontri certe dinamiche sono sempre esistite, ma in pubblico venivano solitamente camuffate e attutite; bisognava, insomma, saper leggere tra le righe.

​Invece, da quel primo exploit trumpiano, la politica internazionale e nazionale ha cominciato a perdere ogni formalità residua. Insieme alla diplomazia, è venuto meno anche il savoir-faire istituzionale: non è decaduta solo l’essenza, ma anche la forma. Da allora assistiamo a un’escalation di "politicamente scorretto" che pone una grossa ipoteca sulla sopravvivenza del diritto internazionale e sulla coesione interna della società.

Le recenti notizie che arrivano dall’Iran vanno considerate nella loro complessità e non possono essere lette secondo un’unica prospettiva, un bianco e nero che cancelli le sfumature. Come ricorda Edoardo Greppi, la caduta dei tiranni (anche quando, come nell'attuale caso iraniano, non sembra aver ancora portato a un cambio di regime) è sempre una bella notizia, ma contano anche le modalità con cui essa avviene. In una società moralmente evoluta e fondata sul diritto, "a fin di bene" esiste solo il bene. Senza il consenso del diritto tutto diventa arbitrario, fondato esclusivamente sulla legge del più forte. Forse, allora, avrebbe senso che i "piccoli" si unissero di fronte allo strapotere dei forti per sollecitare con urgenza la riedificazione di un’impalcatura del diritto internazionale. Ma tale imbarbarimento è solo un fenomeno dei nostri tempi?

​Leggendo un classico come Storia del Terzo Reich di Shirer (Einaudi), la risposta è decisamente no. Ne è un esempio il trattamento che Hitler riservò al primo ministro cecoslovacco e al suo ministro degli Esteri alla vigilia dell’occupazione della Boemia e della Moravia, nel marzo del 1939. Ricevuti dal Führer in piena notte e costretti a subire intimidazioni e minacce tali da causare un malore, sotto il ricatto del bombardamento indiscriminato di Praga, i diplomatici alla fine cedettero alla prepotenza. Il tutto venne poi fatto passare come una sorta di pacifica transizione dalla vecchia Repubblica al Reich: «Da entrambe le parti è stata espressa la convinzione unanime che il fine di ogni sforzo deve essere la salvaguardi della tranquillità, dell’ordine e della pace in questa parte dell’Europa centrale. Il presidente della Cecoslovacchia ha dichiarato che, a tal fine e per pervenire a una definitiva pacificazione, egli ha fiduciosamente riposto il destino del suo popolo e del suo Paese nelle mani del Führer del Reich tedesco».

Solo a quel punto il primo ministro britannico Chamberlain si rese conto di quanto stava effettivamente accadendo: «Ci vengono a dire che l’occupazione del territorio si è resa necessaria per dei disordini verificatisi in Cecoslovacchia… Se tali disordini vi sono stati, non sono stati forse fomentati da fuori [i nazisti, ndr] … È questa la fine di una vecchia avventura o è il principio di una nuova? È, questo, l’ultimo attacco contro un piccolo Stato, o esso sarà seguito da altri? Non sarà forse questa una prima mossa nel senso di un tentativo di dominare il mondo con la forza?»

La storia ci offre purtroppo diversi esempi analoghi. Si tratta di una consapevolezza che non rincuora: non vale qui il detto mal comune mezzo gaudio. Di norma, il decadimento delle relazioni internazionali, del discorso politico e dei criteri del conflitto rappresenta un segnale anticipatore di scontri bellici. Tuttavia, come insegna la storia, nulla è necessario o già scritto, almeno dal punto di vista umano. Come scriveva Ernesto Olivero nello scorso numero… siamo ancora in tempo.


Renato Bonomo
​NP aprile 2026

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