Io, la musica e l'IA
Pubblicato il 04-09-2025
Dallo spartito alla vita quotidiana, l'Intelligenza Artificiale ha cominciato da tempo a intervenire nella nostra esistenza
Il mio primo incontro con l’Intelligenza Artificiale (o pseudo tale) risale alla mia adolescenza. In prima liceo, mettendo insieme piccoli lavoretti, paghette, regali, acquistai in società con il mio compagno di banco un computer Commodore VIC-20; 3 kB di RAM (avete letto bene!!!). Poco tempo dopo riuscimmo ad acquistare un’espansione di altri 3 kB (grande circa quanto una cassetta VHS), in modo da far girare il gioco degli scacchi. Non mi pareva vero poter giocare contro una macchina. Ma il software Chess non era una vera e propria intelligenza artificiale. Era un programma che sulla base delle mie mosse rispondeva con contromosse; i suoi schemi, le sue azioni, per quanto stupefacenti, erano limitate, impostate dal programmatore, che (a prescindere dall’esigua capacità di memoria) non poteva essere implementato dall’esperienza che il software stesso poteva fare giocando contro di me o contro avversari più forti. Viceversa, la moderna IA è generativa, e può, sulla base dell’esperienza, produrre contenuti, proposte e soluzioni con schemi potenzialmente infiniti; può effettuare collegamenti, imparare e arricchire il proprio vocabolario, il proprio lessico, la propria conoscenza. In altre parole, se facciamo una domanda a un motore di ricerca, che sia io o voi a porre la domanda, il responso sarà sempre lo stesso, mentre se poniamo la domanda a un'IA generativa, essa produrrà risposte probabilmente simili nel contenuto, ma sempre diverse nella forma, adeguandosi ogni volta al diverso interlocutore.
Crescendo, non ho mai abbandonato la tecnologia e lei non ha mai abbandonato me. Nel 2023 stato chiamato a eseguire con L’Orchestra Giovanile del Sermig la musica scritta da e per il progetto Beethoven X – The AI Project. Beethoven aveva scritto 9 Sinfonie, ed è morto prima di terminare la Decima, ma ci ha lasciato diversi appunti e abbozzi.
Nel 2020, un team molto qualificato, partendo proprio dagli appunti, sì è proposto di mettere un’IA in condizione di completare gli stessi in modo stilisticamente coerente, proprio come avrebbe potuto fare Beethoven in persona, così da “terminare” in qualche modo la Decima.
Il risultato è stato proposto nella prima esecuzione italiana di una riduzione dei due movimenti di cui sopra (circa 10 minuti di musica) durante l’Italian Tech Week (kermesse annuale sulle startup e nuove tecnologie che si svolge in settembre a Torino, con relatori di fama internazionale e migliaia di visitatori da tutto il mondo).
Sono sempre stato affascinato dall’interazione uomo/macchina dal cinema e dalla letteratura fantascientifica.
La IA (come innumerevoli altre invenzioni dell’uomo) non è né buona, né cattiva in sé, poiché è l’uso che ne facciamo che la rende ora l’una, ora l’altra. In questo articolo, non posso addentrarmi troppo sui grandi interrogativi etici, posso però condividere alcune considerazioni.
Dal progetto di Beethoven X a oggi (appena una manciata di anni), gli sviluppatori di IA musicale e non solo hanno fatto davvero passi da gigante.
Oggi tutti noi possiamo avere accesso alle strabilianti capacità di un’IA (che sia un software musicale o una chatbot) solo perché possediamo un telefono con una connessione internet… ma noi sappiamo come funziona una chatbot? Per crescere e svilupparsi ha bisogno di “cibo”, ovvero di dati, tantissimi dati (il vero petrolio del nuovo millennio).
OpenAI (società nata nel 2015), ha rilasciato (nel 2018) GPT (Generative Pre-Training Transformer). Al suo rilascio, questo sistema era stato dotato di 118 milioni di parametri, ed era stato “istruito” con 7mila libri non pubblicati, comunemente chiamati “volumi” (il loro nome corretto è BookCorpus). Solo nel 2019 (GPT2) i parametri erano diventati 1,2 miliardi e il BookCorpus era diventato un WebText linguistico di miliardi di parole, realizzato da OpenAI mediante scraping (letteralmente “raschiamento”) di milioni di pagine web pubbliche. Nel 2020, GPT3, può contare su 175 miliardi di parametri e un corpus di testi proveniente da libri, articoli di giornale, pagine web, forum, documenti accademici e un’infinità di altre fonti di testo disponibili in rete.

La differenza con gli scacchi a cui giocavo io è proprio questa: l’IA impara, cresce e reclama nutrimento, cioè, mangia (altri dati). Queste gigantesche masse di dati, questo immenso corpus, non è però mai stato verificato da nessuno, e nessun ente lo certifica come attendibile, corretto o inoffensivo nei contenuti (il legislatore è ancora tragicamente distante). Esso potrebbe contenere informazioni errate, false, tendenziose, faziose, ingannevoli, ma la chatbot attinge lì per darci le risposte che cerchiamo (o per creare libri, articoli, tesi di laurea o altro al posto nostro).
L’attendibilità è quindi attualmente un altro grande problema; uno dei futuri lavori del giornalista sarà proprio quello di verificare le notizie, non più quello di riportare i fatti (cosa che in alcune redazioni già vede l’impiego dell'IA); l’uomo dovrà occuparsi sempre più attivamente del così detto fact-checking (verifica dell’attendibilità e se possibile della veridicità di una notizia/fonte).
Inoltre, l’IA (anche se non sembra sia nata specificamente per uso bellico), ha sempre suscitato un fortissimo interesse da parte dei produttori di armi. Un soldato robot, non prova emozioni, ha solo un obiettivo da perseguire: completare un programma e le sue istruzioni, così come lo scopo del VIC-20 a scacchi era battermi, senza porsi domande. Non gioiva, non si rattristava, né si sentiva in colpa per avermi stracciato.
Empatia uguale a zero (anzi al di sotto). Semplicemente, non è dotato di una coscienza (per lo meno non ancora). Non ha la possibilità di sognare, non si sente in colpa per il fallimento, né gioisce per il successo. Il sillogismo «Niente coscienza uguale niente emozioni e zero sentimenti» non vale solo per il sistema di puntamento di un missile.
In questo momento vale per tutti gli apparati governati da un software e relativo hardware, vale per tutte le Macchine e per tutti i sistemi di IA attualmente in funzione, in qualsiasi settore essi operino. Ma il tema della responsabilità è quanto mai scottante e non ha solo implicazioni belliche. Una macchina è una macchina, non è attaccabile più di tanto. La vera questione, per la musica e non solo, è l’uomo. In modo particolare, la sete di assoluto, di autentico, la bramosia e la ricerca della verità che sono insite nell’uomo da quando guardava il cielo notturno fuori dalle caverne, e si chiedeva come e chi potesse mai accendere un simile spettacolo, che a volte stupiva e spesso intimidiva. Credo che la ricerca e la sete di quella verità alla fine avrà la meglio. L’IA (musicalmente parlando) è all’inizio della sua parabola.
Nessuno di noi sa quanto durerà, quanto si innalzerà, quanto andrà lontano, se finirà e dove arriverà la sua proiezione.
Probabilmente per le nuove generazioni l’IA sarà l’equivalente di ciò che è stato per me il VIC- 20. Non posso che augurarlo loro con tutto il cuore, perché, dopo tutto, la mia personale parabola musicale è stata (almeno per me) entusiasmante; ha colmato tanti vuoti della vita, mi ha aiutato a conoscere meglio gli altri, a capire se e quanto valevo e mi ha permesso di incontrare il vero me stesso; non posso che essere grato per tutto ciò che mi ha dato la musica e auspicare che porti gli stessi grandi doni a tutti voi, in particolare ai più giovani. Continuate perciò a credere nei sogni, ma rammentate sempre che per realizzarli servono (tra le altre cose) equilibrio, centratura, talento e disciplina, almeno in egual misura. L’IA deformerà questa equazione? Spero di no, ma la risposta ognuno deve trovarla per sé. Perciò buona ricerca a tutti!
Mauro Tabasso
FOCUS
NP maggio 2025




