Investire sulla pace

Pubblicato il 10-10-2025

di Paolo Lambruschi

Secondo alcune teorie, la nostra attenzione mediatica non riesce a restare vigile su più di due guerre alla volta. Aggiungerei che la nostra emotività spesso ci porta a concentrarci solo su una. Nel mondo in questo momento ci sono 56 conflitti in corso, 29 dei quali nel continente africano, soprattutto nel Sahel, la fascia che va dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e che corre sopra e sotto il deserto del Sahara.

Oltre alle guerre “molto” dimenticate di cui parliamo spesso, la fascia del Sahel è devastata dalla povertà, dai mutamenti climatici e dai conflitti che vengono causati per le contese tra agricoltori e pastori a causa della poca terra fertile e che vengono molto spesso alimentati da potenze estere che hanno interesse a vendere armi e a sfruttare le risorse di cui è ricco il sottosuolo, come l'oro o l'uranio. Ma se dimentichiamo facilmente le guerre, figurarsi le vittime che in questo momento in questa zona ampia dell’Africa sono ancora di più in pericolo. Come dice il rapporto Global Trends dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, anche nel 2025 ci sarà un nuovo record – come ogni anno da 10 anni a questa parte – di persone in mobilità forzata, ben 122 milioni in tutto il mondo (più del doppio della popolazione italiana). Il rapporto conferma che i profughi da guerre, violenze, mutamenti del clima nel Sahel, come in tutto il mondo, si spostano soprattutto nei Paesi vicini ai conflitti. Gli Stati più poveri sono da sempre più accoglienti dei ricchi e non si lamentano. La più grande crisi umanitaria globale è quella del Sudan, con 14 milioni e mezzo di persone sfollate richiedenti asilo. La maggior parte di loro, ad esempio, sta nel Sud Sudan oppure in Etiopia, Uganda, in Egitto. Vicino al Sudan, nel Corno d'Africa, tra guerre e mutamenti climatici le persone che attendono assistenza alimentare per sopravvivere arrivano anche a otto milioni. Ma tutto il sistema di aiuti alimentari e sanitari sta scomparendo a causa dei tagli decisi improvvisamente lo scorso febbraio da Donald Trump a usaid, la cooperazione statunitense.

Come abbiamo già detto, questa scelta mette in pericolo l'esistenza dei profughi più vulnerabili. Infatti, tre quarti dei profughi sudanesi o del Corno sono donne e bambini, madri, figli, donne incinte, anziane: sono proprio loro le prime a scappare, ad esempio, dal Darfur verso il Chad o dal Sudan verso l'Uganda. Hanno bisogno ovviamente di cibo e di medicinali perché spesso fanno delle lunghe marce, sono sottoposte lungo il tragitto a violenze, subiscono forti stress post traumatici, magari hanno visto uccidere o sparire i mariti, i familiari, i figli stessi più grandi. Ma è sempre più difficile prestare loro aiuto. Tutte le grandi agenzie umanitarie a partire dall'unhcr stanno diminuendo le razioni, non riescono più a pagare gli aiuti e il personale che li gestisce e questo ha preso ovviamente alla sprovvista anche le ong che lavorano con le Nazioni Unite nei campi profughi africani che sono tra i più grandi del mondo. Stop anche ai programmi di uscita dall'emergenza che prevedevano finanziamenti all'agricoltura, al piccolo commercio in modo che, soprattutto le donne, potessero avere di che sfamare autonomamente la propria famiglia e poter vendere l'eccesso.

Tutto questo mette in crisi i programmi di nutrizione materno-infantile, i tagli provocano la malnutrizione nei neonati e un aumento della mortalità. Quali saranno le prospettive future? Una ripresa in grande stile dei fenomeni migratori. Non bisogna rassegnarsi, ma intanto tutti i Paesi ricchi, denuncia Oxfam, hanno deciso di tagliare gli aiuti e di puntare sulle armi. Bisogna invertire questo percorso, tornare a investire sulla pace, sull'umanità cogliendo l'occasione di ripensare un sistema di aiuti che alimentava anche sprechi e corruzione.

 

NP Giugno/Luglio '25

Paolo Lambruschi

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