Innaffiatoio

Pubblicato il 01-01-2026

di Fabio Arduini

L’innaffiatoio è una bella invenzione. Un oggetto di tecnologia semplice e precisa, con una storia umile come la terra che va a bagnare, eppure tanto prezioso. Non è stato molto indagato dagli esploratori delle parole: si sa per certo che esiste nella lingua italiana da circa quattro secoli, e quasi nulla più. Il suo primo segreto è una alleanza tra un lavoro umano e un lavoro... non umano: quello della forza di gravità. Una alleanza così è da contemplare, per come si mescolano leggi della fisica, intenzioni umane, esigenze e intelligenza, quindi anche da rinnovare per applicarla a necessità vecchie e nuove. Questo strumento lancia anche una sfida etimologica. Infatti, la nostra parola è derivata dal verbo innaffiare, che a sua volta deriva dal latino. Ma qui arriva l'ostacolo. Sì, perché la costruzione della parola, per come si formò nel latino parlato di duemila anni fa, non vuol dire “versare sopra” o “bagnare”, ma “soffiare dentro”. Decisamente controintuitivo rispetto a ciò che potremmo inizialmente immaginare. Come è possibile trovarsi questa completa differenza di concetti? Mi pare che la soluzione si possa trovare ancora nel passato, se pensiamo a come erano costruite le città antiche: quasi interamente in legno, cosa che offriva molte occasioni per far nascere e soprattutto propagare gli incendi. Pertanto, l'acqua andava soffiata, spinta verso l'alto, massima diffusione, massima precisione possibile. Forse, gli antenati degli odierni amanti di balconi e terrazze non avevano il pollice verde, ma facevano i pompieri.


Fabio Arduini
NP ottobre 2025

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