Il teatro di Armando

Pubblicato il 28-11-2025

di Roberto Lerda

Armando Punzo nasce in provincia di Napoli. Ha sessantasei anni e più di metà della sua vita è stata dedicata all’esperienza del teatro in carcere. Racconta: «Napoli aveva una tradizione teatrale molto vincolante e io non trovavo spazio, neanche nelle esperienze di avanguardia che c’erano in Italia in quel momento storico. Quindi, a un certo punto, dopo diversi viaggi e tentativi, mi sono ritrovato a chiedere di entrare nel carcere di Volterra». Fonda così la Compagnia della fortezza, formata da attori non professionisti; il principio alla base è l’umanità: «A me interessa l’uomo in tutte le sue forme; è una straordinaria occasione per interrogarmi su me stesso e con gli altri, per capire veramente chi siamo. Applicare questo tipo di ragionamento all’umanità del carcere è qualcosa che alcuni non tollerano, in un’istituzione che spesso è fatta solo per svilire».

Un ponte che abbatte i muri e che collega il dentro con il fuori, il carcere con il mondo esterno. Perché – come ama dire Armando – per lui il male è “trasparente”: «Bisogna avere la capacità di guardare oltre. Andare oltre di fronte a certe persone mi ha permesso di trovare altro. L’uomo ha dentro di sé male e bene, ma se si inizia a riconoscere il male si compie una vera rivoluzione».
Per il suo lungo lavoro, che porta avanti a Volterra dal 1988 e che oggi si è ampliato, è stato premiato quest’anno con l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per aver messo a disposizione delle persone detenute la sua esperienza di regista e attore di teatro.

La scena di un palco diventa l’occ asione per mettere al primo posto l’umanità variegata del mondo e rimettere in discussione certezze, dubbi, paure, speranze, dolori del passato e desiderio del futuro.
Si impara che il teatro – come tante altre forme di arte – non è finzione, ma è linguaggio per diffondere novità e parla proprio alla vita reale. E la parola più forte di questo linguaggio è quel ponte che non collega solo il carcere con l’esterno, ma anche la realtà al sogno di rinascita, che se coltivato e condiviso può avverarsi.
 

Roberto Lerda
NP agosto/settembre 2025

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