Il primo salto

Pubblicato il 12-01-2026

di Cesare Falletti

Quante volte, fin da ragazzi, ci si trova in cerchio o in banda e improvvisamente a uno o a una viene in testa una cosa che attira tutti, ma che fa un po’ paura; oppure si sente una conferenza molto dotta e dopo viene il momento delle domande e si sente un gran silenzio, perché si teme di porre una domanda non all’altezza della conferenza udita. Si teme di perdere la faccia, o il tempo o la tranquillità.

Avevo sui dodici o tredici anni e mi trovavo con fratelli e amici su un fienile e sotto c’era un gran mucchio di foglie di granoturco. Mia cugina ha esclamato: «Buttiamoci giù!». Ci siamo trovati un po’ paralizzati, ma lei si è buttata. Uno ad uno si sono buttati tutti e sono rimasto solo io. Ho sempre avuto paura dei tuffi. Non potevo rimanere solo lassù con tutti che mi guardavano e, pensando le cose peggiori di mia cugina, mi sono buttato… e non sono morto.
Così va la vita: il difficile è lanciarsi per primi, porre la prima domanda, fare il primo salto, partire per una missione umanitaria senza troppe garanzie, dire ad alta voce una cosa scomoda (non politicamente corretta), ma che tutti pensano e accettare lo sguardo di tutti. Il ghiaccio è rotto e l’acqua scorre.
Gesù è partito verso Gerusalemme, indurendo la faccia, dice il Vangelo, mentre i discepoli sarebbero stati volentieri in Galilea. Ma l’hanno seguito. Quando Lazzaro era morente Gesù ha detto che sarebbe andato da lui, nessuno di loro era propenso ad andare a Gerusalemme, ma Tommaso ha detto: «Andiamo e moriamo con lui» e tutti sono andati.

È una grande responsabilità essere cristiani, o anche semplicemente avere la chiara intuizione che una cosa va fatta, costi quel che costi; non solo bisogna dire agli altri che il bene è da quella parte e restare immobili, ma da soli si deve saper partire, anche se non si ha nessuna idea se qualcuno seguirà. San Benedetto e tutti i formatori sanno che i comandi, i consigli, le istruzioni non servono se non sono seguite dall’esempio. Benedetto infatti dice: «Quando uno assume il titolo di abate deve imporsi ai propri discepoli, mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello che è buono e santo: in altri termini, insegni oralmente i comandamenti del Signore, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni». È la responsabilità di chiunque deve condurre gli altri. Le buone idee non bastano. Oggi ci è presentata una grande panoramica del mondo e siamo al corrente di quasi tutto, se non ci accontentiamo di guardare le grandi testate e andiamo a cercare notizie vere su luoghi e avvenimenti che non interessano nessuno o che interessa nascondere. Questo sguardo globale è bello, interessante, giusto, ma l’ampiezza dei problemi del mondo, la gravità degli avvenimenti, la crudeltà delle situazioni, rischiano di paralizzarci. Come si fa a dire: «Comincio io?» quando non si sa neanche da dove cominciare?
Le grandi imprese, le scoperte, ciò che ha sconvolto le società non sono quasi mai cominciate a tavolino, davanti a grandi fogli. Jeanne Jugan un giorno ha trovato per strada una povera malata buttata fuori dalla casa in cui abitava senza poter pagare l’affitto. L’ha presa sulle spalle e l’ha messa nel suo letto. Pochi anni dopo c’erano tante case delle Piccole sorelle dei poveri, con migliaia di ospiti!
Non è difficile riconoscere il gesto da fare; ogni giorno se ne presentano. È piuttosto difficile fermarsi e fare il primo gesto; da quello seguirà una catena che ci porta «là dove non volevamo andare». Lo sappiamo ed esitiamo.
Lasciamoci spingere dallo Spirito Santo o dalla nostra coscienza.


Cesare Falletti
NP ottobre 2025

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