Il prezzo della guerra
Pubblicato il 07-03-2026
«Potete non interessarvi alla guerra, ma la guerra si interesserà a voi». È con questa frase di Trotsky che si apre un importante studio sull’impatto dei conflitti armati, The Price of War, di recente pubblicato da un gruppo di economisti europei sulla prestigiosa rivista scientifica American Economic Review. Lo studio analizza 150 anni di dati, dal 1870 a oggi, e 60 Paesi per stimare il costo macroeconomico delle guerre. Il risultato è chiaro e sconvolgente: una guerra di intensità media riduce il prodotto interno lordo del Paese in cui si combatte di circa il 10% e fa salire i prezzi del 20%. Si tratta di un effetto enorme: basti pensare che la crisi finanziaria globale del 2008 fece calare il pil mondiale di circa il 3%, mentre si stima che un decennio di investimenti in istruzione e sanità nei Paesi avanzati generi in media una crescita complessiva del 2-3%. In altri termini, qualche anno di guerra è sufficiente a cancellare in breve tempo i progressi economici di un decennio di politiche sociali.
Gli effetti, però, non si fermano ai confini del Paese colpito. Secondo gli autori, anche le economie vicine o strettamente legate da scambi commerciali subiscono contraccolpi: il loro pil scende in media del 2% e l’inflazione aumenta. È come se il danno economico e umano della guerra si propagasse attraverso le reti del commercio e della fiducia internazionale. Il mercato azionario ne risente, i tassi d’interesse salgono e la produzione rallenta. In un mondo interconnesso, anche le guerre locali diventano shock globali.
Dal punto di vista economico, la guerra è un grande shock di offerta: distrugge capitale e infrastrutture, riduce la produttività, disperde la forza lavoro. È anche uno shock umano, che frantuma istituzioni e libertà. Lo studio documenta un netto peggioramento della qualità democratica: calano libertà di stampa, indipendenza della magistratura e correttezza elettorale. Il collasso economico procede insieme alla restrizione delle libertà civili, come se la logica del conflitto – obbedire e sopravvivere – soffocasse il pensiero critico e la cooperazione.
Nel breve periodo alcune economie possono sembrare “stimolate”: la spesa militare e la mobilitazione industriale accrescono la domanda e l’occupazione.
Ma questi impulsi sono effimeri e limitati ai Paesi non colpiti direttamente.
Dove si combatte, invece, prevalgono gli effetti distruttivi: capitale ridotto, produttività in caduta, inflazione e fuga di investimenti.
Quando le ostilità cessano, restano debiti pubblici elevati, infrastrutture obsolete e un tessuto economico frammentato.
La guerra può far crescere i numeri dell’economia, ma distruggendone la sostanza: sposta risorse invece di crearle, stimola il lavoro solo per deviar verso la distruzione ciò che in tempo di pace alimenterebbe crescita, innovazione e coesione sociale.
Gli economisti, inoltre, ricordano che molti conflitti non nascono da crisi economiche, ma le aggravano e le diffondono. I dati mostrano che la guerra raramente è causata da recessioni, ma quasi sempre le provoca, lasciando cicatrici che durano oltre un decennio. Il capitale distrutto, la perdita di produttività, la fuga di risorse e persone non sono facilmente recuperabili.
Per usare un linguaggio economico, la guerra non è un investimento: è un default collettivo sul futuro.
La guerra, concludono gli autori, è un evento di prossimità: anche chi non combatte paga un prezzo, economico e morale. In un mondo interconnesso, la distruzione non resta mai confinata, ma si propaga come un contagio, erodendo non solo il capitale economico ma anche quello sociale delle generazioni future.
Pierluigi Conzo
Focus
NP dicembre 2025




