Il portone dell'Arsenale

Pubblicato il 11-06-2026

di Rosanna Tabasso

Ogni giorno il portone d’ingresso dell’Arsenale si apre in continuazione, lanciandoci le sfide della povertà in città, ma è anche il mondo, che con i suoi drammi irrisolti, le guerre, il sottosviluppo e le migrazioni ci entra in casa e ci interpella di continuo.

Nel tempo abbiamo cercato di rispondere al grido di aiuto che questi eserciti di poveri ci rivolgono, offrendo accoglienza a quanti potevamo aiutare, ma questi continui appelli rappresentano un punto di osservazione privilegiato sul mondo della marginalità, per coglierne le continue trasformazioni e le sempre nuove emergenze, come quella attuale delle tante famiglie senza un posto dove stare.

Questa osservazione ci ha portato a pensare l’Arsenale della Pace come un villaggio, dove trovano risposta i bisogni in particolare dei più poveri. Un villaggio che mette al centro la persona, senza distinzione di provenienza, di religione, di cultura, in tutte le stagioni della sua vita: dalla nascita all’età evolutiva, dall’età adulta alla vecchiaia. Un villaggio dove la regola comune è il rispetto di ogni accolto, a partire dalla sua diversità, il dialogo come via per la convivenza, la formazione permanente.

Quelli che noi etichettiamo come “poveri” non sono un mondo a parte, sono persone come me, come noi. Attraverso la loro richiesta di dormire, di mangiare, di curarsi, di ricevere un vestito pulito o anche solo di farsi una doccia, ci chiedono di potere condividere qualcosa di sè con noi, che apriamo loro la porta, di potere ritrovare la propria dignità e di potere riprendere il progetto della loro vita, e infine ci chiedono le ragioni della speranza che ci abita. Sicuramente serve un cuore molto attento per cogliere questa domanda dietro a vite imbruttite dalla violenza e dal dolore, dall’emarginazione e dalla solitudine, ma questa luce - anche in mezzo a quel buio - esiste, siamo noi che dobbiamo allenarci a scorgerla e ad ascoltarla.

Nella nostra esperienza accogliere significa anzitutto ascoltare, dando spazio anche a ciò che non viene espresso dalle parole, mettendosi in ascolto di un cuore che sovente grida in silenzio. Ogni servizio nato all’Arsenale non viene da un’idea studiata a tavolino, ma nasce da un incontro con una persona che in fondo ci ha chiesto di lasciarci guardare negli occhi. Le persone che hanno bussato alla nostra porta ci hanno fatto riflettere, ci hanno aiutato a maturare una riflessione sul servizio dell’accoglienza. La sintesi è in una frase di Ernesto Olivero: «L’uomo ha bisogno di casa, di lavoro, di istruzione e di cure mediche... ma non gli basta. L’uomo ha bisogno di amare e di sentirsi amato in mezzo agli uomini, ma neppure questo gli basta ancora. L’uomo ha bisogno di Dio perché è figlio di Dio». Ogni persona, per povera e devastata che sia, con l’aiuto materiale in fondo ci sta chiedendo speranza, e l’incontro è l’unico tramite per rendere ragione della speranza che abita in noi.

L’accoglienza dell’incontro con l’altro diverso da me suscita sovente una domanda in chi abbiamo davanti: «Perché lo fai?». l’altro che ho davanti mi fa da specchio e mi invita ad andare in profondità. Quali sono le mie motivazioni profonde? Cosa mi spinge fino a donare la vita? A queste domande può rispondere soltanto una fede che ha fatto esperienza dell’Amore di Dio. Nella croce che portiamo al collo come segno di appartenenza alla Fraternità del Sermig, abbiamo inciso questa sintesi: AMATI, AMIAMO. Chi bussa alla nostra porta cerca in noi la traccia di questo amore che parte da Dio, attraversa me e raggiunge l’altro. Questo movimento è una sorta di pre-evangelizzazione: non ti ho ancora parlato di Gesù Cristo con le mie parole, ma in qualche modo hai fatto esperienza dell’Amore del Signore attraverso l’esperienza di essere accolto, ascoltato, ospitato…

Rosanna Tabasso
NP febbraio 2026

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