Il pallone secondo Dino
Pubblicato il 16-10-2025
Ha narrato Dino Zoff – gran portiere e grandissimo uomo, campione del mondo e di umiltà, saggezza, serietà e coerenza – nella sua autobiografia di qualche anno fa cos’era il calcio dei primi suoi anni, i Sessanta del secolo ventesimo: «Vacanza se ne faceva ben poca. Eravamo liberi solamente il lunedì dopo le partite, qualche volta anche il martedì, ma non era scontato. Le regole erano ferree: alle undici di sera al massimo dovevamo essere in villetta con le porte chiuse. Zero feste, zero locali, zero vita notturna. Adesso le cose sono molto cambiate: basta che ti presenti agli allenamenti che non ti possono dire nulla, anche se hai fatto tardi e sei fuori forma. Al massimo, è un problema tuo e del tuo procuratore. Allora, invece, non potevi barare, la società chiamava a casa, al telefono fisso – c’era solo quello – e se non rispondevi erano guai. (…) Quella rigidità dei rapporti semplificava tutto. Anche con i compagni, la vita era regolata da riti e norme precise. Non ho mai sgarrato, nemmeno una volta».
Nostalgie di un passato che non ritornerà? Sì, anche, perché no? In tempi di dittatura del presente, guardarsi un po’ indietro è salutare. Ma non solo nostalgia, rim pianto e ricordo. Il pallone – come la vita – è tanto cambiato. I ricchi campioni indossano tatuaggi, ostentano opulenza, prestano volto e muscoli alla redditizia pubblicità, bruciando spesso in pochi anni talento, gloria, denaro.
Che può dire Dino Zoff ai colleghi d’oggi? Forse nulla, avvinghiati come sono ai pochi anni da consumare in fretta, senza imbarazzi e senza pensieri di sorta. Ma è bello lo stesso riascoltarlo-rileggerlo, perché il suo pallone profuma di sentimenti perduti e rimpianti, di gesti autentici e nobili, di saldi valori (quant’è abusata questa parola!). Ogni tanto occorre, per accettare l’oggi del calcio e della vita, ripensare a ieri e all’altro ieri, per trovarvi ragioni di speranza, oltre il ricordo.
E così gustare queste parole del vecchio campione: «Tutti i soldi che guadagnavo li portavo a casa. Ma erano davvero pochi. Il primo vero stipendio mi arrivò nel 1962: 30mila lire. Era il premio per la vittoria con la Juventus. Li portai a casa come una reliquia. Con una gioia e una soddisfazione che non riuscivo a contenere. Sapevo che nessuno mi avrebbe detto bravo. Non me lo dicevano mai, era giusto così, avevo fatto quello che dovevo, niente di più. Ma ero contentissimo lo stesso».
Renzo Agasso
NP giugno/luglio 2025




