Il male d'oggi
Pubblicato il 10-05-2026
Si muove in modo rigido, quasi robotizzato, mentre parla in modo concitato con una signora vicino alla cascina di Mirafiori a Torino. «Sono senza lavoro, oggi sono andato al centro per l'impiego mi hanno detto che devi fare la NASPI e iscriverti al SIISL, poi andare su EDO e poi contattare le agenzie interinali per la formazione. Ho chiesto scusi di cosa parla? Io sono qui per un lavoro». La signora gli risponde devi pensare a te, a tua madre, «lo so ma per me non fare niente è peggio che andare in guerra». Ritorna solo oscillando sui suoi passi attraverso il grande portone. Questo perché oggi tendiamo a isolare il dolore psichico dalle sue radici storiche e materiali, concentrandoci sulle biografie di chi soffre invece che sui contesti che generano sofferenza.
Per il DSM, la “bibbia” della psichiatria la depressione è caratterizzata da: umore depresso per la maggior parte del giorno, anedonia, insonnia o ipersonnia, affaticamento, senso di colpa eccessivo, pensieri ricorrenti di morte. Ma in quella lista, così ordinata, non c’è il contesto in cui quei sintomi emergono. Non c’è la qualità dell’esperienza, né le sue cause storiche, sociali, biografiche. Inoltre, chi vive in contesti che restringono tempo, legami e piacere non si lamenta: si ritira. Non chiede aiuto: smette di partecipare.
«Non è un caso, racconta Mark Fisher in Realismo capitalista, che la depressione sia così diffusa oggi. Anzi, è necessario che lo sia». Se la depressione è ovunque, è perché ovunque si respira un’aria di stanchezza generalizzata, di precarietà affettiva, di logoramento del senso. È la condizione emotiva coerente con un sistema che sfinisce, atomizza, disinnesca il conflitto. In molti casi, ciò che chiamiamo depressione assomiglia sempre più a una forma di adattamento: una rassegnazione di massa, anestetizzata ma capillare, che assomiglia a un torpore collettivo del desiderio. Una condizione che non viene vissuta come emergenza, ma come normalità: si lavora comunque, si produce comunque, si va avanti comunque. Non che tutto sia terribile, ma che sarà sempre così. È questa l’idea più difficile da scardinare: che lo stato attuale delle cose sia ineluttabile.
È un demone che non toglie il sonno: lo rende opaco. Non impone silenzio: lo mimetizza in un rumore di fondo. E se il malessere ha dinamiche sociali – contagio emotivo, anomia, sovraccarico informativo – allora anche l’ambiente in cui viviamo può spegnerlo o alimentarlo: è qui che entrano in gioco spazio urbano e infrastrutture sociali. È difficile guarire in un luogo che non permette di incontrarsi. Le nostre città sembrano progettate per tenerci separati: panchine senza ombra, piazze vuote ma sorvegliate, cortili chiusi a chi non abita lì. Gli spazi pubblici si riducono a corridoi di passaggio, mentre i luoghi di sosta si privatizzano e ci si incontra solo per consumare. Così il piacere diventa un gesto solitario, e il desiderio una prestazione da ottimizzare. Ma se il malessere è collettivo, anche la cura dovrà esserlo. Senza andare in guerra.
Fabrizio Floris
NP Febbraio 2026




