Il Magnificat: l’aspetto mistico di Maria

Pubblicato il 17-11-2011

di Giuseppe Pollano

 

Maria è stata scelta per essere vicinissima a Gesù. Noi ci accostiamo a Gesù guardando a lei e cercando di immedesimarci in lei.

di Giuseppe Pollano

 

Il cosiddetto cantico di Maria (Lc 1,46-55) è in realtà soprattutto un’ampia descrizione di Dio. In questo breve testo ci sono quindici forme verbali esprimenti azioni: di queste due riguardano Maria (magnificare, esultare), una riguarda le generazioni future (proclamare), le altre dodici riguardano tutte Dio, il protagonista di questo discorso. Non ce ne meravigliamo, ma questo modo di esprimersi ci fa capire come colmo di Dio è il profondo di Maria, come la sua identità è assorbita da questa presenza. Ed ecco allora il modello della vita.
Ci sono poche idee in questo discorso, ma molto forti.
La prima è contenuta nella frase iniziale, che è stata tradotta “L’anima mia magnifica il Signore”, ed è una traduzione un po’ debole. Maria è come dicesse “Io grido con entusiasmo grandi cose di Dio”. È un breve tratto di discorso che si può dire soltanto se si è entusiasti. Noi recitiamo spesso il Magnificat, cerchiamo di immedesimarci, ma facciamo anche lo sforzo di cogliere questo cuore che inventa un discorso e che subito esplode di gioia. Che cuore deve essere quello di Maria che, appena si esprime, canta la glorificazione totale di Dio! Anche a noi farebbe bene avere momenti in cui, al di là di tutto, soltanto perché Dio è Dio, ci sentiamo entusiasti di Lui! Lo merita. Jerry Kenney, Magnificat , Theater LaB, Houston
Maria non era andata da Elisabetta per cantare, ma per servire. C’è qui una bellissima indicazione di come Maria somigli a suo figlio Gesù, lei, la perfetta cristiana, come la definì Paolo VI. All’interno di questo essere lì per l’altra, dunque all’interno di un grande moto di carità, sboccia un canto, un discorso che non può essere detto (anche se Luca scrive: Maria disse), perché è troppo poco. Ci sono parole, come ricorda Agostino, che non si possono dire, occorre cantarle, dare un altro tono, un’altra vibrazione. Così, appena la bocca di Maria si apre sotto l’influsso dello Spirito, prorompe in questa magnificenza di Dio.
Perché dice così? Perché, in realtà, Maria esprime se stessa. La creatura è proprio vera, è proprio giusta, conosce la vita e la gioia quando non fa esperienza di se stessa – creatura - e neanche di un’altra. Queste esperienze danno sì gioia, ma troppo poca. La creatura si esalta in Dio stesso.
In realtà Maria ci dice che mentre è lì per servire, si sente pienamente se stessa e felice non solo perché porta Dio nel suo ventre, ma perché è con Dio, e questo porta sicuramente al culmine la tipica gioia cristiana che deriva dall’essere di Dio (Paolo, in Fil 4,4, osa dire a uomini e donne che vivono e soffrono: “Rallegratevi”, perché potete farlo).
Dunque vivo per esaltarti mio Dio, vivo perché tu sia conosciuto e vivo perché tu sia amato: questo dà gioia. Ogni volta che parliamo, in qualche maniera, di Gesù a un fratello o a una sorella noi ci lasciamo portare da questo sentimento fondamentale: è bello conoscere Dio, te lo dico.
Maria, colma di questo sentimento, vuol essere capita così.
La frase che segue ci fa comprendere come Maria voglia essere capita e guardata: colei che Dio ha guardata e sta guardando. È come se Maria ci dicesse che lei è quella che è perché Dio guarda la sua umiltà. Lo sguardo di Dio si pone non sulle nostri doti, cose che Lui conosce meglio di noi perché è Lui che le ha fatte, ma su quella cosa che è tutta nostra e che possiamo donare a Dio: la nostra umiltà.
Maria allora non vuole che la capiamo per tutte le altre sue magnifiche doti e risorse, ma nell’incontro della piccola creatura con lo sguardo appassionato di Dio.
Franz Anton Maulbertsch, La Visitazione (particolare), Cattedrale, Vàc
Dobbiamo ricordare anche noi che quando siamo umili Dio è estasiato di noi. Questo Dio che resiste duramente ai superbi, come dice la Scrittura, è conquistato dagli umili. È un criterio antropologico: tu come vuoi essere conosciuto? E mi viene forse da rispondere che tengo ancora allo sguardo degli altri, perché mi costruisce, mi sostiene, lo cerco, ne sento il bisogno, ne vivo. È la malattia del mondo. Quanto ci tengo che invece sia Dio a guardarmi come Lui sa guardarmi? Davanti a Dio non possiamo pavoneggiarci. Dobbiamo presentarci come il nulla che siamo ed essere felici del nulla che siamo.
Dio ha guardato la pochezza di Maria. Il termine del testo greco si traduce con tapino. Ci fa quasi strano che Maria dica così, eppure lo dice ed, evidentemente, non è un’umiltà di troppo: lei in Dio si pone in questa maniera ed è convinta che, proprio perché è una tapina, tutti l’ammireranno sconfinatamente perché avranno capito dove è la vera grandezza.
Allora la vera grandezza di una creatura sta in ciò che essa ha permesso che Dio fino ad oggi abbia costruito in lei. Non è la negazione di altre grandezze, di altri doni di cui ringraziare il Signore, ma la vera grandezza è tutto ciò che Egli ha potuto costruire nella tua umiltà. È un grande principio, perché fa diventare pochissima cosa le nostre beghe, le nostre invidie, le nostre debolezze, il nostro amor proprio, i nostri patimenti perché non ci hanno riconosciuto nostri meriti. Se Dio ti guarda è perché sei umile e forse umiliato. Egli affonda lo sguardo in te: è meglio essere conosciuti così che in qualsiasi altro modo.
La nostra maniera di vivere oggi, fatta di esteriore e di immagini, è l’esatto contrario di questa interpretazione della persona umana. Abbiamo inventato parole per esprimerci: il look, l’immagine, quel che appare, che spesso è l’unica cosa che c’è. Che poveretti siamo se abbiamo bisogno di un oggetto, di un vestito per essere. Non sprechiamo però la parola ‘essere’, usiamo piuttosto la parola ‘apparire’: tutto è soltanto apparenza, e dietro c’è il vuoto, e il vuoto siamo noi quando viviamo questo atteggiamento.
Maria ci tiene molto invece ad essere vista e considerata secondo Dio, anzi ci dice di guardarla, perché sa benissimo che il nostro sguardo non può fermarsi in lei, ma rimbalza in Dio. Sono molto saggi i cristiani che non si fermano a Maria, ma la guardano per essere aiutati a purificarsi. È purificante lo sguardo di Maria. Maria esprime la grande letizia della propria pochezza: grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.
Noi abbiamo il dovere di costruire noi stessi e di essere responsabili della nostra vita, sprecarsi è un peccato e anche non sviluppare pienamente le proprie doti è una omissione davanti a Dio. Con tutto ciò, però, dal nostro battesimo in avanti, in modo particolare nel mondo della grazia, con lei possiamo dire che Dio ha fatto in noi grandi cose. È importante, guardando la nostra storia, riconoscere le cose grandi che Dio ha fatto in noi, per ringraziarlo ripetutamente e desiderare che ne faccia altre. Questo modo di essere ci svela Maria come tutta attenta a Dio solo, tutta presa in lui: è quello che potremmo chiamare l’aspetto mistico di Maria. Anche noi siamo chiamati ad avere questa mistica dimensione della vita.
Con dimensione mistica della vita si intende il sentimento dominante del mistero di Dio. Sentimento dominante: perché nella vita di ogni giorno, a poco a poco, poiché preghi, vivi in un certo modo, ti nutri di Cristo, vivi la carità, il sentimento del mistero di Dio ti diventa famigliare, diventa il tuo sentimento fondamentale. Mistero di Dio: quel qualcosa di Dio che non sai dire, che forse non hai neanche voglia di dire, perché intanto Dio c’è, lo respiri, lo senti, lo percepisci e, in questo sentimento di Dio, stai bene. Vivendo nel profondo aperti e presenti a Lui, non ti lasci più assorbire dalle altre esperienze che ti strapperebbero da lui, pur vivendole anche intensamente. Questo è il modo mistico di vivere che non ci strappa affatto dalla vita di ogni giorno, anzi la colma. Allora è molto facile percepire subito che le esperienze della vita più irruenti, più prepotenti disturbano: la persona mistica vive non al di là delle tentazioni e dei peccati, ma è pronta. Sandro Botticelli, Madonna del Magnificat (particolare), Galleria degli Uffizi, Firenze
Il sentimento mistico della vita è quello che attira i non credenti: percepire che uno è aperto a Dio svela una dimensione che non possiedono e che fa nascere in loro del desiderio e anche del rimpianto. La prima conclusione pratica è che dobbiamo chiedere a Dio il dono dell’entusiasmo spirituale di Dio, che non è un’emozione, non è una questione psichica. Essendo invece una questione pneumatologica, che riguarda lo Spirito Santo, chiunque può provare l’entusiasmo di Dio perché Dio è entusiasmante, rapisce, prende, assorbe, convince, trascina senza sconvolgere nulla. È evidente che il santo è un trascinato da Dio, va dietro a Cristo dovunque, dà la vita per Lui.
L’entusiasmo di Dio non è un sentimento di troppo ed è quello che farà trascinatori di altre persone dietro questa misteriosa scia di amore che ha trovato il suo amato.

da un incontro di mons. Giuseppe Pollano al Sermig
deregistrazione non rivista dall’autore

1-continua


Seconda parte:
Il Magnificat: l’aspetto “sociale” di Maria

Su Maria vedi anche:
Viscere di tenerezza

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig

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