Il fronte dietro le sbarre

Pubblicato il 11-03-2026

di Chiara Genisio

In Italia, gli istituti peniten­ziari sono diventati, negli ultimi decenni, uno dei luo­ghi in cui le conseguenze indi­rette dei conflitti si fanno più visibili, ma anche più ignorate. Non ci sono solo guerre com­battute con le armi o i droni. Esistono guerre economiche, sociali, culturali. Tra le persone detenute nelle carceri italiane ci sono le vittime di questi con­flitti invisibili.

I numeri raccontano una sto­ria chiara: una percentuale significativa dei detenuti pro­viene da contesti di emargi­nazione estrema, di degrado urbano, di famiglie distrutte da violenza domestica, droga, bassa scolarità, assenza del­lo Stato. Non sono soldati, ma prigionieri di un campo di battaglia mai dichiarato. Molte delle carceri italiane soffrono da anni di sovraffol­lamento, e su questo il nostro Paese è già stato sanziona­to dall’Unione Europea, ca­renza di personale, strutture fatiscenti. Celle pensate per due persone ne ospitano tre o quattro. Ore d’aria ridotte. Attività trattamentali insuffi­cienti. In questo contesto, il corpo diventa il primo campo di battaglia: insonnia, depres­sione, autolesionismo, suicidi.
Il suicidio in carcere è uno dei frutti più amari di que­sta guerra silenziosa. Non è solo una tragedia individua­le, ma un segnale colletti­vo: qualcosa si è rotto pri­ma, fuori e dentro le mura. Sono già 66 nel 2025, l’anno precedente hanno scelto di togliersi la vita una novantina di detenuti. Le carceri italiane raccon­tano una verità scomoda: la guerra più feroce è quella che una società combatte contro le proprie fragilità. Quando il carcere diventa l’unica risposta al disagio mentale, alla dipen­denza, alla povertà, significa che la battaglia è stata persa molto prima del reato.

Le carceri italiane sono i luoghi dove i frutti della guerra di­ventano visibili: solitudine, rab­bia, perdita di identità. Ma sono anche il terreno dove può nasce­re qualcosa di diverso: responsa­bilità, cambiamento, umanità. Perché anche dai conflitti pos­sono nascere frutti diversi. Non solo odio e vendetta, ma anche riconciliazione e rinascita. In diversi istituti italiani esistono infatti esperienze di rinascita: la­boratori teatrali, scuole interne, corsi professionali, biblioteche, progetti di giustizia riparativa.

Come sostiene Luigi Pagano, nuovo Garante dei detenuti di Milano, per cambiare la si­tuazione negli istituti di pena non è necessaria una radicale riforma, ma basterebbe l’appli­cazione coerente delle leggi at­tuali per fare una “rivoluzione normale”.


NP Dicembre 2025
Chiara Genisio

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