Il fascino dell’erica

Pubblicato il 14-04-2026

di Giulia Grimaldi

Se le si guarda da lontano, le brughiere del Luneburgo, vasta regione tra Hannover e Amburgo, ricordano una cartolina dalla Provenza.
Osservandole con attenzione, ci si accorge che il viola che punteggia i campi non è lavanda: è l’erica, il fiore che ha dato il titolo a una delle canzoni più amate dai nazisti di ogni tempo e che simboleggia il rapporto tra i soldati tedeschi e la patria. Nel suo prezioso libro-inchiesta La peste Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per Repubblica, racconta che in queste lande apparentemente incontaminate ancora oggi delle famiglie vivono secondo l’ ideologia völkisch.

Di fronte all’avanzare dei völkisch nelle campagne tedesche, ci sono molte persone coraggiose e associazioni che si battono per offrire ai propri concittadini un’alternativa democratica e convincente. Un esempio è il gruppo Beherzt, nato nel 2018 a Uelzen, in Bassa Sassonia. Raggiungiamo in videochiamata Martin Raabe, il presidente dell’associazione.
Raabe ha 77 anni, è un ex pastore protestante, e assieme alla moglie Ernestine ha rinunciato a una vita tranquilla da pensionato per aiutare la sua gente a riscoprire il valore della democrazia.

Una delle attività principali sono gli incontri nelle scuole: «Nelle nostre zone ci sono molti alunni di nazionalità diverse da quella tedesca. Appena entrati in classe, ai bambini chiediamo se pensano che qualcuno tra loro valga più o meno rispetto agli altri compagni. Questa domanda riguarda direttamente la loro vita, quindi ci permette di iniziare un discorso sul rispetto reciproco senza però scadere nell’astratto ». Il lavoro con i più giovani è cruciale, soprattutto se si pensa che la controparte neonazista punta molto sulle nuove generazioni, a cui è affidato il compito di proseguire il sogno “a lungo termine” di un quarto Reich.
Ogni anno, migliaia di adolescenti provenienti da famiglie völkisch frequentano dei campi paramilitari, ritenuti illegali dallo Stato tedesco: «I capi si fanno chiamare Lagerführer – spiega Raabe – proprio come i comandanti delle SS responsabili dei campi di concentramento ». La giornata inizia con il saluto alla bandiera tedesca e l’esecuzione della prima strofa dell’inno nazionale, oggi proibita perché contiene l’infelice versetto Deutschland über alles (la Germania sopra tutto). Durante il campo, i ragazzi vengono poi indottrinati alla teoria della razza ariana e imparano a usare armi ad aria compressa.

Durante l’intervista, Raabe ripete più volte la parola vernetzten, ovvero “fare rete”. «I völkisch hanno fatto proprio un concetto che qualche decennio fa era tipico della sinistra, il Graswurzelarbeit », dice. La parola Graswurzelarbeit significa “lavoro dalle radici dell’erba”: sono quelle iniziative che partono dal basso con l’obiettivo, pian piano, di cambiare le dinamiche sociali su grande scala. È proprio secondo questo principio che i völkisch hanno scelto di abitare le campagne, dove è più facile insinuarsi nelle comunità rispetto alle grandi città. Ed è quindi per questo motivo che Raabe e gli altri membri del gruppo Beherzt hanno capito che è necessario fare rete con tante persone di buona volontà per riuscire a proporre un’alternativa valida. Quando i sindaci lo chiamano per organizzare degli incontri, Raabe chiede aiuto a professionisti da campi diversi – insegnanti, psicologi, giuristi, medici.
A suo parere, la democrazia nasce da una conoscenza informata degli aspetti che riguardano la vita quotidiana dei cittadini, soprattutto in un territorio dove l’ideologia völkisch va a nozze con teorie negazioniste e cospirazioniste: «Pensi che, durante la pandemia, alcuni medici di Uelzen avevano appeso questo cartello davanti al loro ambulatorio: “Qui vengono trattati soltanto i pazienti non vaccinati”», racconta.

Allo stesso tempo, chi resiste cerca di farsi forza e riconoscersi a vicenda. Nonostante le minacce, molti cittadini accolgono la proposta di Beherzt di appendere alle proprie porte delle croci disuncinate, come contrapposizione alle svastiche esposte dai vicini di casa völkisch. Anche la collaborazione con i giornalisti è molto importante: informare i tedeschi su quanto succede in quelle zone rimane una priorità, perché «inizialmente, gli abitanti delle grandi città come Berlino o Monaco si indignano quando sentono parlare dell’ideologia e delle azioni dei völkisch. Ma subito dopo se ne dimenticano, perché credono che il fatto non li riguarderà mai. Non si rendono conto che ne va della democrazia dell’intero Paese».

Oggi Beherzt conta 700 iscritti e diversi gruppi in tutta la Germania. Alla domanda se abbia mai avuto la tentazione di mollare, Raabe risponde che le minacce sono molte, ma lui sa di trovarsi al posto giusto. La motivazione per continuare gliela danno i suoi nipoti, a cui vorrebbe lasciare «un Paese libero e democratico, dove la paura non prenda il sopravvento».
Ed è proprio ai più giovani che, con un pizzico di sana ironia, rivolge il suo pensiero mentre parla del futuro di Beherzt: «Spero che presto siano dei ragazzi a prendere il mio posto alla guida del gruppo. Non vorrei dover continuare io a battermi per la democrazia dal lettino di un’ambulanza».
 

Giulia Grimaldi
Focus
NP gennaio 2026

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