Il cuore aperto della musica
Pubblicato il 28-06-2026
L’esimia redazione di codesta rivista mi ha chiesto di parlare in questo numero del nostro Laboratorio del Suono – Sermig e della filosofia che c’è dietro... E dal momento che la filosofia della musica ne studia l'essenza, il significato e l'impatto emotivo/sociale dei suoni, esplorando il rapporto tra arte, forma, espressione e percezione, pensavo di esporvi un condensato del profondo pensiero di illustri teoreti quali Platone (musica come educazione dell’anima), Pitagora (l’armonia del cosmo e dei numeri), Schopenhauer (musica come metafisica), Adorno (il rapporto tra musica e società), Bloch (la musica in relazione all’utopia e alla speranza)... Vi piace l’idea? Seeee... Ci credo proprio... Va beh, era solo per farvi capire che anche se ho la faccia da servo della gleba, si vede che ho studiato.
Poi da musicista di campagnola estrazione – quale orgogliosamente sono – ho pensato che vi parlerò molto semplicemente del nostro campo inteso in senso agrario, delle nostre coltivazioni, di come ci sforziamo di mettere giù i semini, curarli, proteggerli dalle malattie e dal cattivo tempo, dalla grandine, dal gelo e dall’aridità, soprattutto quella del cuore, che consideriamo causa scatenante di tanti inenarrabili mali della nostra società. È nei cuori di pietra, indifferenti, incapaci di provare empatia e compassione che nascono buona parte delle guerre, delle ingiustizie, dei soprusi, delle prevaricazioni. L’aridità dei cuori è un male diffusissimo che non sappiamo ancora come curare, e porta implacabilmente alla sterilità e all’estinzione. Io dico sempre che sono nato senza chiederlo e morirò senza volerlo, anzi forse l’ha detto Jim Morrison, credo, ma nel frattempo, mentre sono ancora vivo e vegeto e, ancora non del tutto scemo, voglio fare in modo che il mio viaggio serva a qualcuno, a qualcosa di più grande di me, come la felicità di qualcun altro. All’Arsenale siamo sicuramente in tanti a desiderarlo, perché ci siamo ritrovati intorno a un ideale, e ognuno di noi, con tutto il proprio fardello addosso e un carretto sgonfio al traino, si sforza di far diventare questo viaggio un cammino dal significato profondo.
Su questo e su molti altri argomenti ci siamo trovati con Ernesto, Rosanna e tanti altri amici. Io, in particolare, ho incontrato Cristiano (che da sempre è la mia fedele spalla) nel momento stesso in cui è nato il Laboratorio del Suono (ottobre 1998), che oggi, a essere precisi, si chiama Laboratorio del Suono e delle Idee, perché non ci occupiamo solo più di musica in senso stretto.
Dal 1998 a oggi siamo cresciuti numericamente e qualitativamente, in quella che viene chiamata offerta formativa, ma soprattutto (spero) in convinzione, in consapevolezza, nel dialogo, nel rispetto, nella bellezza dello stare insieme. Voglio pensare che siamo cresciuti prima di tutto noi, insieme ai numeri e alla struttura, e che abbiamo aiutato tante persone a crescere a loro volta, a prescindere dalla musica; persone buone davvero, alla ricerca dello stesso fine: innamorarsi della vita, della bellezza attraverso la musica e il dialogo che essa, naturalmente, stabilisce, con sé stessi, con gli altri e (perché no?) con l’universo, l’infinito del cielo (come titola una vecchia canzone di Rossana Casale), con Dio. Spesso sentiamo dire con moto pomposo andante che «la musica è un linguaggio universale», frase che viene usata “a effetto” anche se chi la pronuncia spesso non sa bene perché e per come. Ma dato che ho studiato ve lo spiego io.
Prendete mille persone a caso, di cultura, estrazione, Paesi diversi tra loro, e fategli ascoltare quattro o cinque brani musicali (molto diversi tra loro), poi domandate che per ogni brano descrivano nel dettaglio l’emozione provata, la visione che la musica ha suscitato. Vedrete che a pari musica, corrisponderà pari sensazione nel 75-80% dei casi, a volte di più (l’ho spiegato in un vecchio articolo di questa rivista). È questo il motivo per cui la musica è un linguaggio universale. Le cose che comunica sono oggettivabili per tre quarti abbondanti della popolazione. Nessun’altra lingua è in grado di avere una base di comunicazione così vasta. E basterebbe questo a dirci che abbiamo una grandissima responsabilità non solo noi che più o meno facciamo i musicisti di mestiere: anche chi fruisce, diffonde, acquista o vende musica dovrebbe sentire un minimo addosso questa responsabilità. Noi la sentiamo da sempre, e a volte è così pesante da piegarci la schiena.
Come staff del laboratorio abbiamo la possibilità di dialogare tra noi ma anche quella di far dialogare i tanti giovani e meno giovani che ci frequentano, e in questo dialogo cerchiamo di curare i temi, il lessico, l’esposizione delle idee, al fine di costruire una famiglia radunata intorno a un bene e a un sogno comuni: l’amare e il sentirsi amati attraverso la musica, quindi non la musica fine a sé stessa, ma come servizio all’uomo, alla sua formazione emotiva e intellettuale (e perché no, spirituale), e alla sua armoniosa crescita. La musica che non “serve”, questa mission è del tutto inutile, dal momento che trattasi di un’attività che non soddisfa alcun bisogno primario dell’uomo. Cito testualmente l’elaborato (che ci analizza nel dettaglio) portato dagli amici Davide Cicolini, Nicolas Guaraldo, Gerardo Izzo, Francesco Pesce e Monica Signorati a un esame del loro percorso di Laurea presso la Facoltà Teologica del Triveneto (Padova): «La logica che anima il Laboratorio è il dialogo attraverso la musica e con la musica. Musica che parli di pace, reciprocità, accoglienza e attenzione all’ambiente con un linguaggio laico e trasversale. La scuola di musica, che oggi conta circa 300 allieve e allievi e più di 600 passaggi settimanali, si propone di far sì che ciascuno possa sentirsi al proprio posto. Dalle interviste che abbiamo realizzato, emerge lo spirito fondativo: chi arriva è atteso».
La musica, proprio perché linguaggio universale, ha il potere di mettere in comunicazione le persone, di farle dialogare. L’etimologia della parola dialogo si spiega da sé: è l’atto di comunicare e scambiarsi idee di due persone (dia-logo). Diversamente si chiamerebbe mono-logo (parla una persona soltanto). Per dialogare è necessario guardarsi negli occhi, quindi bisogna avere la guardia abbassata. L’arte (nel nostro caso la musica) ha il potere di toccare i cuori e di aprirli, e in un cuore aperto qualcuno o qualcosa può scegliere di abitare. La musica che non cerca il cuore delle persone è semplicemente inutile, uno spreco di energia, di risorse, una perdita di tempo, e il tempo è l’unica moneta che spendiamo senza conoscere il saldo del nostro conto. Per questo va fatta bene; per il proprio bene e per il bene comune. E dei filosofi (argomento comunque davvero molto interessante!) ne parlerò la prossima volta.
Mauro Tabasso
NP Marzo 2026




