Il compito della pena

Pubblicato il 25-05-2026

di Chiara Genisio

Parlare di “liberi dall’odio” riferendosi a chi è carcerato significa andare oltre l’idea istintiva della pena come semplice punizione. Significa interrogarsi sul senso della giustizia e sul ruolo che il carcere dovrebbe avere in una società che non voglia limitarsi a reprimere il male, ma desideri davvero ridurlo. La detenzione, infatti, non può essere solo una sospensione della libertà personale: deve essere, prima di tutto, un tempo di trasformazione. Molti atti violenti affondano le loro radici in un terreno fatto di rabbia, frustrazione, umiliazione, esclusione. L’odio nasce spesso da ferite profonde, da storie di marginalità e di dolore mai elaborato. Se il carcere si limita a isolare la persona, senza offrirle strumenti per comprendere e affrontare ciò che l’ha portata a delinquere, quel sentimento non scompare. Al contrario, rischia di sedimentarsi, diventando più pericoloso. Una pena che non rieduca è una pena fallita. Lo Stato che si limita a punire, senza accompagnare, rischia di restituire alla società individui ancora più arrabbiati, più chiusi, più distanti. Rieducare, invece, significa riconoscere che ogni persona è più del reato che ha commesso. Significa creare occasioni di studio, di lavoro, di ascolto e di confronto, capaci di restituire dignità e responsabilità. E dove ciò accade la risposta è netta: più lavoro, più studio, più accoglienza equivalgono ad una recidiva quasi pari allo zero.

Liberarsi dall’odio è un processo difficile, soprattutto per chi ha vissuto a lungo nella violenza, subita o perpetrata. Ma è proprio questo il compito più alto della pena: aiutare la persona detenuta a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie colpe senza esserne annientata, a comprendere il dolore provocato agli altri e a sé stessa. Solo così l’errore può diventare consapevolezza, e la colpa trasformarsi in possibilità di cambiamento. Il percorso avviato da padre Francesco Occhetta sulla giustizia riparativa ne è un esempio concreto e di successo. Il carcere può e deve diventare un luogo di passaggio e non di abbandono, in cui l’odio viene riconosciuto, affrontato e gradualmente disinnescato. Solo allora la pena smette di essere vendetta e diventa giustizia autentica: una giustizia che non cancella il passato, ma apre una strada verso una libertà nuova, quella più difficile e più necessaria, la libertà dall’odio. Lo testimoniano gli stessi detenuti, uno di loro durante un laboratorio di scrittura ha affermato: «Quando sono entrato qui ero pieno di rabbia. Pensavo che il mondo mi dovesse qualcosa. Solo dopo ho capito che stavo distruggendo me stesso prima ancora degli altri».


Chiara Genisio
NP febbraio 2026

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