Il cantiere della pace e della speranza
Pubblicato il 21-12-2025
Un cardinale e un analista geopolitico a confronto. Matteo Zuppi e Dario Fabbri faccia a faccia tra le mura dell’Arsenale della Pace come anteprima del Festival della Missione promosso dalla Conferenza episcopale italiana.
Un dialogo a tutto campo sulla situazione internazionale segnata da conflitti e violenza e su quella speranza possibile, magari nascosta, che rimane una bussola per chi crede e per chi non si rassegna.
Dario Fabbri, quest’anno l’Onu compie ottant’anni. Un anniversario che coincide con la crisi più grave dell’organizzazione. È la fine di un’era?
Rispondo partendo da papa Francesco, dalla sua immagine di “Terza guerra mondiale a pezzi”. Aveva ragione. Siamo in un’epoca di stravolgimenti che dobbiamo imparare a guardare con gli occhi degli altri. Spesso, noi occidentali pensiamo che il resto del mondo la pensi come noi.
Per esempio, crediamo che il sistema liberale sia un valore, ma tanti Paesi lo associano negativamente all’Occidente che li ha sfruttati. Le Nazioni Unite non sono il governo del mondo, ma un’istituzione con regole decise dai vincitori della seconda guerra mondiale. Il mondo però è cambiato. Solo Cina e India mettono insieme 3 miliardi abitanti. Perché dovrebbero avere nostalgia di un ordine mondiale che è stato loro imposto? Papa Francesco, senza giustificare mai, ha sempre invitato a capovolgere lo sguardo, a mettersi nei panni degli altri, per poter dialogare.
Che cosa chiede l’altra parte del mondo? Cinesi, indiani, africani…?
Fabbri - Noi usiamo una locuzione” il Sud del Mondo” che riflette tutta la nostra miopia: l’ha inventata un pensatore su una rivista cattolica americana negli anni ’60, poi ripresa recentemente. È un nostro modo per mascherare prima di tutto a noi stessi che il Sud globale rappresenta la stragrande maggioranza dell’umanità. Dobbiamo smettere di guardare alla realtà con i nostri pregiudizi culturali, gli “altri” vogliono il loro posto nella storia, vogliono contare. Il resto del mondo vuole essere preso sul serio, vogliono essere capiti per quello che sono, non vogliono essere visti con le nostre categorie.
Il territorio di Gaza è grande quanto la provincia di Arezzo ma ci vivono 2milioni e mezzo di abitanti. La principale città noi la chiamiamo Gaza City, ma in arabo ha un altro nome. Anche le parole ci possono allontanare e impedire di conoscere veramente gli altri, negare il valore della loro identità. L’Iran ha il 70% della popolazione sotto i 29 anni. Il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, non diventare come l’Occidente: in Iran le donne in piazza sfoggiano gioielli zoroastriani, perché stanno dicendo al regime che vogliono vivere le proprie tradizioni, che sono sincretiche, non soltanto musulmane.
Occorre studiare per conoscere il mondo. È razzismo il nostro pensare che tutti pensiamo come noi, desiderano quello che vogliamo noi.
Per esempio, noi ragioniamo dando centralità dall’individuo, nelle altre culture prevale la dimensione della comunità e vedono la libertà individuale come egoismo e negazione dei valori del gruppo. Noi ci diciamo cittadini del mondo, ma in realtà ne siamo solo turisti perché non incontrano veramente le persone.
Cardinale Zuppi, in un mondo così complesso che valore hanno il dialogo e la diplomazia?
Papa Leone nelle ultime settimane ha parlato della globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza. È un pensiero acuto perché ci stiamo autoconvincendo che non possiamo fare nulla. Non è così e non serve neanche alzare i toni. Il vero problema è capire con intelligenza e passione che cosa ci chiedono questi tempi. In un grande confusione come quella che stiamo vivendo, trovare un ordine è difficile, però è importante non entrare nella globalizzazione dell’impotenza: anche l’Europa ne soffre. Ma può l’Europa sottarsi al ripudio della guerra?
Non bisogna trovare alibi, aspettare ancora. L’Europa è un patrimonio da non dilapidare.
Mentre i prepotenti distruggono, gli umili devono unirsi, costruire e cercare le vie del dialogo. Papa Francesco ci invitava ad una pace creativa, entrando nei problemi e andando oltre alle vecchie ricette, percorrendo tutti gli spazi disponibili.
Abbiamo anche bisogno di non buttare via gli strumenti della diplomazia e del diritto internazionale che sono attualmente in sofferenza, ma che vanno ripresi e rinnovati.
Ricordiamoci che sono l’eredità di una generazione che ha vissuto una guerra atroce e che non ne voleva una ancora peggiore per l’umanità.
Dai giovani sta arrivando un grido forte contro la guerra. Sono ascoltati?
Zuppi - I giovani si stanno chiedendo che mondo gli stiamo lasciando visto che noi adulti abbiamo consumato tutta la speranza. Papa Francesco diceva loro di non farsi rubare la speranza. La nostra generazione non si è impegnata per la pace perché l’abbiamo avuta a nostra disposizione e non l’abbiamo conservata e accresciuta. Per i giovani è naturale vivere in Europa e viaggiare, ma abbiamo tolto loro il sogno europeo, la consapevolezza di un continente che ha vissuto più guerre di tutti e ha trovato un’architettura di pace che però va curata.
Dove non ci sono sogni, c’è impotenza. Abbiamo bruciato molti sogni e aspettative e per questo non riusciamo a renderci conto di quello che stiamo vivendo e che rischiamo di perdere. Dobbiamo ascoltare il rifiuto della violenza e della guerra dei giovani, e lasciare loro il mondo almeno così come lo abbiamo trovato (anche se dovremmo lasciarlo migliore). Dobbiamo infine pensare bene a questo aspetto: se dobbiamo investire per la difesa, allora dobbiamo imporci di fare investimenti di pari importo per il dialogo e la pace. Altrimenti ci arrendiamo alla legge del più forte e ci abituiamo a pensare che sarà la guerra il nuovo futuro.
Abbiamo bisogno di nuovi “architetti” come i politici che misero in piedi l’Europa, con nuovi sogni per uscire da questa logica.
Il cardinale ha citato papa Leone. Cosa dobbiamo aspettarci da lui?
Fabbri - All’inizio, è sembrato a tutti strano vedere un papa statunitense: data l’egemonia degli usa come potenza mondiale non era mai sembrato opportuno mettere a capo della Chiesa uno statunitense. In verità molti cardinali non lo hanno mai pensato come un candidato statunitense: Leone ha ben chiaro di essere il papa di tutta la Chiesa. Ma c’è un aspetto non banale. Pensiamo alla situazione del mondo latino-americano in cui la Chiesa cattolica sta vivendo una fase molto difficile. In America Latina le sette protestanti stanno prendendo il sopravvento sulla maggioranza cattolica anche con gli aiuti statunitensi. Con la condanna della Teologia della Liberazione non è stata offerta un’alternativa e ciò ha eroso la base cattolica. Ora abbiamo uno statunitense che dice ai latinoamericani sostenuti dai soldi protestanti americani che è possibile rimanere cattolici. È uno statunitense che non parla in inglese perché non vuole riproporre in forme moderne il cesaropapismo.
Zuppi - Leone è prima di tutto un papa missionario. È un aspetto fondamentale perché senza missione la Chiesa diventa un club esclusivo solo per i soci, una pasticceria spirituale. Ma questo significa la fine della Chiesa che deve continuare ad essere un ospedale da campo per l’umanità.
Se non vive la sofferenza della gente la Chiesa non verrà più vista come maestra.
In questi anni Gaza e la Terra Santa sono diventate emblema di questa sofferenza.
Che testimonianza arriva da lì?
Zuppi - Siamo andati a Gerusalemme semplicemente per stare con le persone coinvolte da questa guerra, non avevamo pretese particolari, abbiamo portato qualche aiuto per poter anche solo pensare al futuro. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con alcuni genitori di alcuni ostaggi. Una mamma ci disse che non c’è una classifica del dolore e mai avrebbe voluto che il suo dolore provocasse altro dolore. Con questa forza morale, tutti insieme possiamo chiedere ai responsabili della guerra: «Fermatevi!».
Abbiamo la possibilità di smantellare le ragioni della guerra. In questo i missionari sono maestri spesso inascoltati: loro entrano nelle vicende della vita delle persone, entrano nelle storie e nelle culture, nelle lingue per stare accanto. Dimostrano che è possibile vivere insieme, superare le incomprensioni e ascoltarsi.
A cura della redazione
Focus
NP ottobre 2025




