Il banco di prova

Pubblicato il 16-05-2026

di Luca Jahier

CON L’AVVIO, IL 1° GENNAIO 2026, della Presidenza semestrale cipriota del Consiglio dell’Unione europea, l’ue entra in una fase che somma ambizione politica e fragilità strutturali. Il motto scelto da Nicosia – Un’Unione autonoma, aperta al mondo – fotografa bene l’orizzonte strategico europeo: rafforzare la capacità di agire senza rinunciare alla cooperazione multilaterale. Ma proprio questa formula, così inclusiva, rivela il rischio principale del semestre cipriota: promettere molto in un contesto che consente poco.

L’AGENDA PRESENTATA DALLA PRESIDENZA riflette fedelmente le grandi urgenze del tempo europeo. Sicurezza e difesa, gestione dei flussi migratori, competitività economica, tutela dei valori fondamentali, avvio del confronto sul futuro quadro finanziario pluriennale: ogni dossier tocca nodi strutturali dell’integrazione e di questa fase della legislatura europea. È un programma coerente con il dibattito in corso a Bruxelles, ma anche così ampio da alimentare interrogativi sulla capacità di tradurlo in risultati politici concreti nel solo arco di sei mesi.

IL PRIMO PUNTO CRITICO RIGUARDA LA NATURA STESSA DELLA PRESIDENZA DI TURNO, di questa come di tutte le altre, compresa quella danese che si è appena conclusa. Non è un esecutivo europeo, né un motore autonomo di riforme. Il suo potere è essenzialmente procedurale e politico: fissare priorità, facilitare compromessi, far avanzare concreti dossier legislativi, evitare paralisi. In una fase segnata da fratture profonde – dalla guerra in Ucraina allo stallo sull’allargamento, dalle divergenze sulle regole fiscali alla tensione tra transizione verde e competitività industriale – il margine di manovra resta inevitabilmente limitato.

IN QUESTO QUADRO, LA SCELTA CIPRIOTA DI INSISTERE sull’autonomia strategica appare tanto necessaria quanto problematica. Necessaria, perché l’Unione è sempre più chiamata a rispondere a crisi esterne e interne senza poter contare su automatismi geopolitici del passato e neppure sul peso dirimente di alcune capitali europee.
Problematica, perché l’autonomia europea resta un concetto divisivo, interpretato in modo diverso dai Paesi membri e spesso privo di strumenti comuni adeguati.

È QUI CHE EMERGE CON FORZA LA DIMENSIONE MEDITERRANEA DELLA PRESIDENZA CIPRIOTA.
Stato di frontiera dell’Unione, collocato nel Mediterraneo orientale, Cipro vive quotidianamente l’intreccio tra sicurezza, migrazioni, energia e instabilità regionale. L’entrata in vigore del nuovo Patto per il Mediterraneo, lanciato lo scorso novembre, offre un quadro politico entro cui questa Presidenza può tentare di incidere: non tanto con iniziative simboliche, quanto incoraggiando la rapida messa a terra di questo nuovo Patto, una delle rapidamente agite priorità politiche di questa legislatura, per fare del Mediterraneo uno spazio strategico condiviso e non una semplice linea di contenimento.

IL PATTO, CON LA SUA ENFASI SU PARTENARIATI PARITARI, sviluppo sostenibile, cooperazione energetica e gestione strutturale delle migrazioni, rappresenta un banco di prova concreto per la credibilità dell’azione esterna europea.
Cipro, per posizione geografica e sensibilità politica, come anche la ferita della divisione tutt’ora vigente nell’isola, potrebbe contribuire a spostare il baricentro del dibattito da un approccio emergenziale a uno più integrato, capace di tenere insieme sicurezza, sviluppo e diritti. Ma anche qui, il rischio è che l’ambizione resti prigioniera di risorse limitate, di divisioni tra Stati membri e delle agende elettorali di molti Paesi.

IL DOSSIER DEL BILANCIO PLURIENNALE RESTA, IN QUESTO SENSO, DECISIVO. Avviare un confronto credibile sul prossimo mff 2028- 34 significa affrontare tensioni profonde: tra solidarietà e responsabilità nazionale, tra nuove priorità di spesa (difesa, competitività, azione esterna) e politiche consolidate (pac e coesione) e vincoli fiscali sempre più stringenti. Anche un avanzamento metodologico più che sostanziale, in ordine alla cosiddetta “scatola negoziale” che consente di iniziare il confronto con il Parlamento e la Commissione, avrebbe tuttavia un valore politico rilevante.

IL PERICOLO MAGGIORE PER LA PRESIDENZA CIPRIOTA RESTA QUELLO DELLA DISPERSIONE: molte priorità, pochi risultati visibili.
Il realismo politico, dunque, sarà decisivo. Non nella capacità di “cambiare l’Europa” in sei mesi, ma nel selezionare alcuni terreni concreti su cui costruire linee di convergenza. Eppure, proprio in questa sobrietà può annidarsi una nota di speranza. In un’Unione spesso paralizzata da veti incrociati e retoriche contrapposte, una Presidenza che valorizza la mediazione, il metodo e la dimensione mediterranea come spazio di azioni concrete può contribuire a ricostruire fiducia nel progetto europeo.
Non sarà il semestre delle grandi svolte, ma potrebbe essere quello che ricorda all’Europa che l’autonomia non nasce dai proclami, bensì dalla paziente capacità di tenere insieme visione, realismo e responsabilità geopolitica.
 

Luca Jahier
NP febbraio 2026

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