I profeti camminano a piedi nudi - Papa Francesco, il Sud e la dignità dei popoli indigeni
Pubblicato il 30-08-2025
Alla fine dell'estate australe, agli inizi di marzo 2013, ero venuto a Navarino per intervistare "l'ultima" Yagan ancora in vita. Poco fuori Puerto Williams, la incontrammo al mattino dove ci attendeva, quasi al buio, nella penombra della sua umile casa. Poche parole eloquenti a testimonianza di come l'estinzione seppur naturale di una cultura, sia sempre una grave sconfitta per l'umanità. Pochi giorni dopo a Rio Grande, sulla sponda Argentina della Terra del Fuoco, facemmo appena in tempo a scendere da un’auto per vedere sulla TV di una stazione dei bus l'elezione in diretta di papa Francesco. Quel 13 marzo 2013 le prime parole del nuovo pontefice ci fecero venire i brividi quando disse «Vengo dalla fine del mondo». Questo mi fece immediatamente pensare a quella indigena anziana dal viso solcato dalle rughe dell'età, che emetteva suoni al posto delle parole, sussurri gutturali che doveva aver imparato a fare ascoltando il vento. Lei,da sola in quella casa senza TV e senza elettricità, non avrebbe potuto scoprire che il nuovo pontefice non solo apparteneva alla sua stessa terra, ma sarebbe stato proprio colui che, a breve, si sarebbe dichiarato come il suo unico autorevole rappresentante, suo e di tutti i popoli dimenticati che sopravvivono ai margini della terra. L'ultima sopravvissuta del popolo Yaganes, un gruppo etnico indigeno noto per cacciare e pescare, vestiti soltanto di pelli nelle gelide acque più meridionali dell’emisfero australe, che, con la sua scomparsa, si sarebbe estinto.
Di Francesco dovremo tener memoria di ciò che ha detto, parole che non sono solo pensieri astratti ma passi, tracce di un cammino. Un uomo che ha saputo leggere il mondo ad alta voce. Si è visto quando ha parlato dei popoli indigeni senza farlo da lontano: dopo averli chiamati uno per uno, nome per nome, li ha ascoltati, si è fatto piccolo per entrare nei loro racconti, e in quel gesto umile c’è tutta la forza della Chiesa che si ricorda essere madre. Proprio perché la foresta non è mai del tutto silenziosa, è là che si avverte sempre qualche rumore di sottofondo che si rifiuta di soccombere al silenzio. Può trattarsi dello scorrere di un fiume, del fluttuare delle fronde, degli scricchiolii che si sentono venire da sotto terra: «un segno della vita attiva degli alberi quando si sgranchiscono le radici», mi disse ridendo un indio Achuar. Francesco sapeva distinguere i suoni dai rumori, in essi riconosceva il Vangelo vivente, sia nell’atmosfera di un territorio arido, bruciato dal sole, come nei canti pronunciati in lingue che il mondo ha tentato di cancellare. È lì che c’è tutta l’essenza del Vangelo, non predicato ma vissuto. Un Vangelo che ha il profumo del legno e del fumo. Del sudore e del rispetto antico per la terra. Un Vangelo che non si insegna ma si contempla.
Nel Sinodo per l’Amazzonia ha chiesto che si smettesse di guardare agli indigeni come a “un problema”, ma di riconoscerli per quello che sono: una parte dell’umanità dotata di ricchezza spirituale e sapienza incarnata. E che le lacrime di chi ha visto la propria terra invasa, saccheggiata, meriterebbero non solo compassione, ma giustizia. Inoltre, è stato categorico quando ha affermato che la Chiesa non può essere complice del potere che distrugge, ma deve essere rifugio, casa aperta, ferita guarita. I popoli indigeni, con il loro passo lento e la memoria lunga, ci ricordano che il futuro non si costruisce spingendo sull’acceleratore, ma rispettando la cura e la pazienza del ciclo vitale come fanno le stagioni.
Pazienza se non è stato del tutto esplicito, ma – forse – è proprio questo che Francesco voleva dirci: i profeti di oggi non indossano più le tuniche, vivono in villaggi sperduti e lontani, parlano con la terra, coltivano manioca, percorrono grandi distanze a piedi nudi. Per noi significa: non perderci nella selva della vita odierna, dobbiamo cominciare sul serio a camminare con loro.
Luca Periotto
NP maggio 2025




