Gli affetti negati

Pubblicato il 21-06-2025

di Stefano Caredda

C’è una sentenza di 14 mesi fa in cui la Corte Costituzionale ha stabilito che, quando non ci siano specifiche ragioni giudiziarie o di sicurezza, a un detenuto non può essere impedito di avere dei colloqui riservati con il proprio coniuge o convivente, e senza il controllo a vista del personale di custodia. È il tema – di per sé antico, ma ora riconosciuto ufficialmente – degli incontri intimi e del diritto all’affettività per le persone detenute: «L’ordinamento giuridico – scriveva in quella sentenza (n°10/2024) la Consulta – tutela le relazioni affettive della persona nelle formazioni sociali in cui esse si esprimono, riconoscendo ai soggetti legati dalle relazioni medesime la libertà di vivere pienamente il sentimento di affetto che ne costituisce l’essenza. Lo stato di detenzione può incidere sui termini e sulle modalità di esercizio di questa libertà, ma non può annullarla in radice, con una previsione astratta e generalizzata, insensibile alle condizioni individuali della persona detenuta e alle specifiche prospettive del suo rientro in società».

Un anno fa il ministero della Giustizia ha istituito un apposito gruppo di studio per elaborare una proposta operativa per rendere poi operativa la sentenza nei singoli penitenziari: nel concreto però, finora, nulla è cambiato. E il sospetto, in chi vive da vicino quella condizione, è che la sentenza sia stata «calpestata, minimizzata e trattata come carta straccia».
Ristretti Orizzonti, la rivista costruita grazie ai detenuti della Casa di Reclusione di Padova, ha raccolto in merito alcune testimonianze di detenuti. Ne trovate qui di seguito alcuni stralci. Parole che fanno luce sui sentimenti di chi è coinvolto e che ci aiutano a capire la portata della questione. In attesa della concreta applicazione di quel pronunciamento.
«So bene cosa significa stare tanto tempo senza poter avere nessun contatto fisico con la moglie e con i figli, se non in quell’ora di colloquio alla settimana. Privarci degli affetti è vergognoso: mio figlio cresce solo con la mamma e io non so rispondergli quando mi chiede perché non può avere un fratello o una sorella.
Mi domando perché mi tolgono la gioia di fare qualcosa per la mia famiglia».
«Il nostro futuro è sempre ostacolato: inizio a chiedermi se il cambiamento sia davvero possibile, se ne vale la pena. Chi sconta una pena è già privato della libertà, non penso sia umano distruggergli la famiglia».

«Sono detenuto dal 2019: nel 2022, dopo 14 anni di convivenza con la madre dei miei due splendidi figli, ci siamo separati perché io ho una condanna a 18 anni di carcere e non si può pretendere che una moglie stia con il proprio marito per anni vedendolo per sei misere ore di colloquio al mese (un totale di tre giorni all’anno) e avendo come unico segno di affetto un abbraccio e un bacetto. Ormai la mia famiglia si è distrutta, ma ora c’è una sentenza che va applicata: non è giusto che altre famiglie vadano distrutte e i nostri figli debbano soffrire per questi motivi. Noi abbiamo sbagliato ed è giusto che paghiamo, ma le nostre famiglie non hanno fatto nulla di male e non capisco perché debbano pagare pure loro per i nostri sbagli».


DALLA PREFAZIONE DI PAPA FRANCESCO
«Il Vangelo è l’incontro con una Persona viva che cambia la vita: Gesù è capace di rivoluzionare i nostri progetti, le nostre aspirazioni e le nostre prospettive. Conoscere Lui vuol dire riempire di significato la nostra esistenza perché il Signore ci offre la gioia che non passa. Perché è la gioia stessa di Dio. […] La vicenda umana di Dale Recinella, che avevo già incontrato a un’udienza e conosciuto attraverso gli articoli da lui scritti negli anni per L’Osservatore Romano, e ora mediante questo libro che tocca il cuore, è una conferma di quanto detto: solo così si può spiegare come sia stato possibile che un uomo, con in testa ben altri traguardi da raggiungere nel proprio futuro, sia diventato il cappellano, da cristiano laico, marito e padre, dei condannati alla pena capitale. […] Un compito difficilissimo, rischioso e arduo da praticare, perché tocca con mano il male in tutte le sue dimensioni: il male compiuto verso le vittime, e che non si può riparare; il male che il condannato sta vivendo, sapendosi destinato a morte certa; il male che, con la pratica della pena capitale, viene instillato nella società. […] L’azione di Dale Recinella, senza dimenticare l’importante apporto di sua moglie Susan come traspare dal libro, è un grande dono per la Chiesa e per la società degli Stati Uniti. Il suo impegno è testimonianza viva e appassionata alla scuola della misericordia infinita di Dio».
Città del Vaticano, 18 luglio 2024

Dale Recinella, Un cristiano nel braccio della morte.
Il mio impegno a fianco dei condannati, Libreria Editrice Vaticana. Recinella, 72 anni, già avvocato di successo a Wall Street, dal 1998 accompagna spiritualmente i condannati a morte in alcuni penitenziari in Florida insieme alla moglie Susan. In questo volume racconta la sua esperienza nata dall’incontro con Gesù.
 

Stefano Caredda
NP marzo 2025

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