Che rabbia
Pubblicato il 11-01-2026
In un libro per bambini: Roberto, 7 anni, torna a casa con la racchetta sfondata e un’espressione torva. La rabbia che gli monta dentro è un grumo rosso che cresce, lo invade, esplode all’esterno con il rumore di un ruggito e l’aspetto di una “Cosa” informe, un “mostro” rosso che esce dalla sua bocca e comincia a vivere di vita propria. La Cosa mette sottosopra la camera, con furia strappa la coperta da letto, le lenzuola, rovescia la lampada, lancia per aria i libri. Ma quando afferra il camion preferito di Roberto, l’amore per il giocattolo è più forte della rabbia, e il bambino si ribella alla Cosa. La sgrida: e subito la Cosa perde vigore, si indebolisce, rimpicciolisce fino a che Roberto la chiude, vinta, in una scatolina.
Storie e immagini immediate che servono per rassicurare i bambini che i sentimenti violenti che a volte provano, non sono loro stessi. Servono anche a noi, eterni bambini sorpresi dalla nostra stessa malvagità, per dire che questi sentimenti non sono noi, ma ci stanno sempre intorno, pronti a cogliere l’occasione buona, il nostro sguardo che si spegne in un’espressione oscura, priva di amore. La rabbia non è sempre dello stesso tipo. La rabbia di Roberto pretende una vendetta che si scarichi immediatamente su qualcuno o su qualcosa (orghé, in greco e nei vangeli). La furia, che si materializza nella Cosa, è il tumos, l’esplosione della collera. Entrambe sono capaci di produrre sofferenza: quanto la mnesikakia, il rancore represso, o il kolos, l’amarezza che in italiano dà il nome al condotto che fa passare la bile (coledoco), che possono incancrenirsi nel kotos, l’odio. Nei Salmi sono dipinti vari tipi di rabbia e spesso ad arrabbiarsi è proprio Dio, giudice giusto, che a volte, esasperato dal comportamento insensato degli uomini, accende il suo sdegno. Anche Gesù si arrabbia. In Mc 3, 5, si arrabbia per l’indifferenza della gente che non muove un dito per aiutare un uomo con la mano paralizzata, perché è sabato; allora si guarda attorno met’orghès, con ira, rattristato per la durezza del loro cuore, e guarisce istantaneamente il pover’uomo, ben sapendo che un gesto simile può costargli la morte. In Gv 2, 13-18 Gesù si arrabbia violentemente contro i mercanti e i cambiavalute al punto da costruire una sferza (fragellion) con cordicelle, scacciare (exebalèn) tutti dal tempio, rovesciare (anètrepsèn) i tavoli, spargere (exekeen) a terra il denaro.
Ma la rabbia di Gesù è indignazione, messa in moto sempre dall’ingiustizia vissuta da qualcuno, dallo spettacolo doloroso dell’assenza d’amore nei fratelli, cose davanti a cui non si deve tacere, ma gridare la verità, prendere posizione a costo della vita. Il terreno di cultura della nostra rabbia invece è il nostro egoismo, è l’orgoglio ferito di un piccolo ego miope: la racchetta sfondata, la nostra piccola sconfitta (e magari la vittoria di qualcun altro). Nascosti tra le parole guaritrici del Nuovo Testamento ci sono quattro consigli per trasformare la rabbia in carità, l’amore che Gesù spera di trovare in noi. Ef 4, 25-31:
1, parlate, dite la verità: ma nel rispetto dell’altro;
2, «nell’ira, non peccate»: controllatevi;
3, dite «solo parole buone che possano servire per la vostra edificazione »: attaccate il problema e non la persona;
4, «non rattristate lo Spirito Santo di Dio»: agite, ma non reagite. Esercitatevi a tacere quando il sangue vibra più intenso.
Pensatemi incessantemente: «fatevi miei imitatori», ricordando che Dio vi ha perdonati perché Cristo per voi ha patito. Per voi è morto. Per voi è risorto
Flaminia Morandi
NP ottobre 2025




