Figli e algoritmi
Pubblicato il 18-05-2026
Si fa presto a dire “controllo parentale”. Come se la chiave fosse tutta lì, come se bastasse qualche impostazione sul telefono per risolvere una questione epocale che mai si è presentata in questa forma e mai si ripresenterà in futuro, almeno con queste stesse caratteristiche. Adolescenti e bambini da un lato, gli schermi degli smartphone dall’altro, e in mezzo, i genitori chiamati a mediare le tante possibilità e i tanti rischi legati a questi strumenti così potenti e affascinanti.
Oggi il contatto fra gli schermi digitali e i giovanissimi è sempre più precoce nel tempo e, aggirando limiti d’età che pur esisterebbero, comprende insieme al possesso di un dispositivo personale anche l’accesso al mondo delle app di messaggistica e dei social network. Un fenomeno che incide fortemente sul percorso di crescita del bambino e del ragazzo, e che chiama i genitori a una responsabilità chiara e specifica.
Passa però troppo spesso in secondo piano il fatto che quando parliamo di app, e nello specifico di social network, a iniziare da Instagram e Tiktok, ci troviamo di fronte a strumenti che non sono neutri, ma progettati secondo un’architettura che può essere più forte degli adulti che dovrebbero governarla. Per tutti, e in modo particolare per i minori, i social sono molto più di semplici piattaforme: sono luoghi identitari, spazi dove si costruisce appartenenza, dove si sperimenta il sé. Ma sono, anche e soprattutto, spazi strutturalmente progettati per catturare attenzione, generare reazioni e attrarre gli utenti il più a lungo possibile. Gli algoritmi cioè non mostrano ciò che è più utile, o edificante, ma ciò che è più efficace nel trattenere l’utente. È, semplicemente, il modello economico dei social: massimizzare il tempo di permanenza, raccogliere dati, generare reazioni. Per un adulto questo può tradursi in distrazione o dipendenza; per un minore, significa vivere in un ambiente che modella emozioni, autostima e percezione di sé prima ancora che egli abbia gli strumenti cognitivi per comprenderlo e difendersi. È un condizionamento profondo che a quell’età agisce prima della consapevolezza, e per questo amplifica fragilità e vulnerabilità.
In tutto questo, allora, la narrazione di genitori descritti come incapaci di imporre limiti, troppo permissivi e irresponsabili verso i figli – cosa che pure è almeno in parte sicuramente osservabile – è però fuorviante perché dimentica il fatto che le piattaforme sono progettate intorno ad altri obiettivi e non sono fatte per essere controllate. Chiedere a un genitore di “mettere regole” in questo contesto è come chiedergli di fermare un fiume con le mani. Non che non voglia farlo, è che il flusso è più potente di lui.
Lo scenario dunque è complesso, ma non è una battaglia persa. Qualche margine di azione reale c’è, ma serve una responsabilità condivisa. È importante la consapevolezza comunitaria, è utile la scuola e la sua educazione alla cittadinanza digitale, è fondamentale che i genitori siano una presenza (più che un controllo) nella vita online dei figli: parlare, ascoltare, costruire regole insieme e creare spazi senza schermi che diano respiro. Adulti presenti, anche se non perfetti. E poi le norme (compito della politica), che devono essere più chiare, per esigere piattaforme più trasparenti. Per aiutarsi tutti a fare il meglio.
Stefano Caredda
NP febbraio 2026




