Fermarsi e pensare

Pubblicato il 06-09-2026

di Redazione Sermig

Il messaggio per il 1° maggio del cardinale Roberto Repole

«La pace non può essere ridotta a slogan». Il 15 aprile scorso, a Yaoundé, in Camerun, Leone XIV ha scommesso sulla possibilità del Vangelo di farsi storia quotidiana. La pace, ha detto, «va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza». Robert Prevost l’aveva già sostenuto nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026. «Oggi, più che mai», aveva scritto, «occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa». C’è chi ci prova pubblicamente con parole e gesti concreti.

L’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, ha offerto una particolare chiave di lettura per il Primo Maggio: «Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?». «Desidero condividervi il mio turbamento», ha esordito l’arcivescovo, «al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione. Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me, prima che ad altri, perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme». «Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere», ha proseguito Repole.

«Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. però dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi». Il cardinale ha invitato a bandire ogni forma di ipocrisia. «So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio? Carissimi, faccio mie le parole di Leone XIV al corpo diplomatico: non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”».

Infine, l’invito. «Fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento». Parole che interrogano la coscienza di una terra, il Piemonte, che – stando alle stime – conta nel settore difesa circa 400 imprese coinvolte e oltre 14mila lavoratori impiegati. Se il comparto appare oggi contenuto nei numeri (le ultime valutazioni attendibili parlano di un valore complessivo intorno ai 2 miliardi di euro, l’1% del Pil regionale) risulta essere sicuramente il più dinamico. «Tra il gennaio 2024 e l’agosto 2025, solo Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati», ha reso noto il 9 aprile scorso Luca Rondi, giornalista di Altreconomia, in un convegno promosso dal Centro studi Sereno Regis. In questo contesto, per bocca del suo arcivescovo, la Chiesa torinese chiede di fermarsi e pensare.


Alberto Chiara
NP Maggio 2026

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