Fare ed essere
Pubblicato il 16-11-2025
Scegliere il volontariato non è semplicemente fare qualcosa per gli altri o trovare un modo per compensare solitudine e vuoto di senso, ma è educarci a diventare pienamente persone, cambiare il nostro modo di pensare e di agire, fare nostro uno stile di vita che può renderci persone capaci di realizzarci nel dono di noi stessi. L’incontro con tante realtà del volontariato e la nostra stessa storia ci hanno mostrato come il bisogno primario di ogni uomo e di ogni donna sia – nella sua più intima essenza – realizzarsi nel dono di sé.
Come diceva dom Luciano Mendes de Almeida: «La vera felicità è far felici gli altri». La felicità, intesa come piena realizzazione di noi stessi, si fa strada in noi man mano che impariamo a non contrapporre il fare e l’essere, a cercare un equilibrio interiore tra ciò che siamo e ciò che doniamo, un equilibrio che siamo chiamati a ricostruire oggi giorno con saggezza. Vivere il volontariato è un’occasione decisiva per la nostra vita perché permette di conoscerci, prendendo coscienza delle nostre potenzialità e dei nostri limiti. Ci invita continuamente a riflettere sulla natura della nostra azione. A volte più del che cosa facciamo è decisivo il come lo facciamo.
I poveri mancano di molto, ma non di sensibilità e sanno distinguere tra un gesto formale e uno frutto autentico del dono di sé. A partire da questo contatto possiamo costruire qualcosa nel rispetto reciproco e nella fiducia.
Siamo soliti dire che l’uomo ha bisogno di casa, di cibo, di medicine, di istruzione, ma non gli basta. L’uomo ha bisogno di amare e di essere amato. Ha bisogno di scoprire il senso della vita. Questa è l’anima del volontariato.
Con la loro disponibilità, volontari come Paolo, Luciana, Imelda e Gianfelice rappresentano la spina dorsale dei servizi del Sermig. Senza di loro i nostri arsenali chiuderebbero in pochissimi giorni. Vale la pena conoscere la loro storia e le loro motivazioni.
Rosanna Tabasso
Focus
NP agosto / settembre 2025
LUCIANA
«Vengo da un piccolo paese in provincia di Torino e, dopo una vita come infermiera pediatrica, oggi sono una nonna a tempo pieno. Conosco il Sermig da trent'anni: ho iniziato partecipando agli incontri di preghiera del martedì e, qualche anno dopo, ho cominciato a dedicarmi all'accoglienza femminile, che ospita donne sole o con i loro bambini. Il mio turno inizia il sabato pomeriggio e finisce la domenica mattina; è una scelta che mio marito ha sempre condiviso e sostenuto.
Questa esperienza mi ha insegnato il valore profondo dell'ascolto, non solo degli altri, ma anche di me stessa, senza giudicare e riflettendo prima di parlare. È incredibile quanto ricevo in cambio di quello che metto a disposizione.
C'è un episodio che porto sempre nel cuore: un bambino ospite, con un passato difficile, ogni volta che mi vede mi corre incontro, mi abbraccia, mi accarezza e non va mai a dormire senza prima passarmi a salutare. Questa è una ricchezza che porto con me e che condivido in famiglia, con i miei nipoti. Conoscere tante situazioni complesse mi aiuta a far capire loro quanto siano fortunati a essere nati in un paese libero, dove mangiare, studiare e ricevere cure non sono scontati.
A volte, il peso delle difficoltà che incontro è così grande che rischio di perdere fiducia nel senso del mio servizio. In quei momenti, prima di iniziare il turno, mi fermo un attimo in chiesa a pregare, per trovare la calma e la forza di ascoltare.
L'importante, ho capito, è esserci. Stare accanto alle persone, anche in silenzio.
Sentire la vicinanza scioglie ogni durezza. Quante volte i miei incontri con le ospiti si sono conclusi con un abbraccio. E gli abbracci comunicano più di mille parole. Dicono: "Grazie perché sei qui, perché ci sei". E io: "Grazie perché ci siete voi". Siamo anelli di una stessa catena, una grande famiglia dove non esistono primi e ultimi».
PAOLO
«La mia avventura come volontario al Sermig è iniziata nel 1998. All'epoca ero violinista nell'orchestra sinfonica della RAI. Un giorno, il nostro storico auditorium dovette chiudere per ristrutturazione e l'orchestra si trovò a cercare una nuova sala per le prove. Fu così che approdammo all'Arsenale della Pace, che ci mise a disposizione l'auditorium oggi trasformato nella chiesa di Maria Madre dei Giovani.
Per otto anni, l'Arsenale è stato il luogo dove la nostra musica prendeva forma durante le prove, prima di esibirci al Lingotto ogni fine settimana.
Quell'esperienza mi ha permesso di conoscere da vicino la splendida realtà del Sermig. Anche dopo il nostro ritorno nella sede di via Rossini nel 2006, il legame non è solo continuato, anzi la strada si è allargata… e di molto.
Il mio servizio oggi consiste nel mettere a disposizione la mia esperienza di musicista per i ragazzi del Laboratorio del Suono e dell’Orchestra e del Coro dell’Arsenale della Pace.
Tutto era cominciato quando il direttore, Mauro Tabasso, mi chiese di seguire un giovane allievo, che con il tempo è diventato il primo violino della nostra orchestra. L'ho accompagnato nella sua formazione, sostenendolo durante esami e concorsi. Attualmente collaboro con gli allievi del Laboratorio del Suono: suoniamo durante le celebrazioni, i concerti e gli eventi, e ci troviamo ogni settimana per studiare e fare prove di sezione. Insieme a mia moglie Luciana, anche lei insegnante di violino, prepariamo la sezione degli archi. Altri maestri si occupano dei fiati, e quando il direttore arriva, l'orchestra è pronta.
Vedere maestri e allievi, giovani e adulti, suonare insieme è una gioia immensa. Spesso sento che ciò che questi ragazzi mi donano è molto più grande di quello che io posso offrire loro».
IMELDA E GIANFELICE
«Frequento il Sermig da quarant'anni.
Ho iniziato con alcuni progetti e con il dormitorio maschile. Oggi sono qui con mia moglie Imelda, che da sei anni è volontaria all'emporio e dà una mano anche a Superga. Insieme abbiamo vissuto esperienze straordinarie, come quella del Giro d'Italia nel 2021, quando il Sermig è stato partner sociale dell'evento. È stata un'avventura unica, con circa 200 incontri formativi in tutta Italia.
La parola "restituzione" ha sempre guidato le mie azioni e, di conseguenza, è diventata un valore per tutta la nostra famiglia. È il nostro modo di rispondere all’imprevisto accolto che abbiamo ricevuto. Questo principio ha trasformato il nostro modo di relazionarci con gli altri, dai colleghi in ufficio fino alla scelta di assumerci nuove responsabilità, mettendo le nostre capacità a disposizione e rinunciando spesso alla comodità del divano. Nonostante la mia timidezza, il confronto con persone e realtà nuove mi ha arricchito profondamente. Ho osato coinvolgere amici e conoscenti, chiedendo aiuto per i progetti dell'Arsenale.
Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, un mio caro amico ha messo a disposizione del Sermig un suo immobile per ospitare una famiglia in fuga. Questo gesto di restituzione non solo lo ha fatto stare bene, ma ha aperto i nostri occhi su una realtà drammatica qui a Torino: migliaia di persone cercano casa, mentre si stima che in città ci siano circa 80mila alloggi sfitti.
Questa consapevolezza ci ha messo in crisi, facendoci riflettere sulla nostra fortuna di essere nati "dalla parte giusta del mondo", con un lavoro e una casa sicura. Ci siamo chiesti a lungo come restituire un po' di questo bene. Mettendo in gioco le nostre competenze professionali, abbiamo cercato di comprendere le esigenze dei proprietari di immobili.
Oggi, insieme al Sermig, stiamo affrontando una nuova sfida: garantire una casa a famiglie affidabili, che possono sostenere un affitto ma non hanno le garanzie richieste dal mercato, a volte solo per il colore della pelle.
Stiamo aprendo insieme una nuova pagina nella storia dell'Arsenale. L'idea è semplice: far incontrare chi possiede alloggi sfitti con chi ha bisogno di una casa, offrendo supporto nelle trattative, tutoraggio agli inquilini e garanzie ai proprietari. Da questo progetto è nata la Fondazione Auses, di cui il Sermig è socio, con l'obiettivo di restituire dignità a tante persone, facendole sentire finalmente accolte e integrate».




