Estate Addosso

Pubblicato il 26-10-2025

di Roberto Cristaudo

Il volume della radio si alzava da solo mentre percorrevamo la Torino-Savona, l’autostrada che ci portava al mare, la strada delle vacanze. Sei e trenta del mattino in punto. Pronti per partire. Iniziavano così le nostre vacanze, la prima settimana di agosto a Finale Ligure. Ventitré, sempre le stesse, immobili ma sempre belle. Erano le gallerie che io e mia sorella ci preparavamo a contare come ogni anno. Era il nostro passatempo, sul sedile posteriore della Fiat 600 di mio padre, coricati, più che seduti, tra due cuscini con l’intenzione di mia madre, sempre disattesa, di farci dormire ancora un po’ dopo averci buttato giù dal letto alle cinque, nella notte in cui non si dormiva a prescindere. Finite le gallerie, il gioco successivo consisteva nell’avvistamento del mare. Lasciavo sempre vincere lei perché di solito si ingarbugliava nel conto delle gallerie e, a un certo punto, dichiarava triste e sbuffando: «Hai vinto nuovo tu». Allora non ero competitivo, lo sono diventato per necessità negli anni a venire. Desideravo solo che la vacanza iniziasse sorridendo, senza rancori verso il sottoscritto.
Era bello quel momento in cui si intravedeva il mare brillare in lontananza.

C’era un istante preciso in cui cambiava tutto, anche l’odore dell’aria si modificava e profumava di mare. Un secondo prima un odore di benzina misto a gomma bruciata e poi il salato del mare prendeva il suo posto per accomodarsi nelle nostre narici, per rimanerci: ed era vacanza. Sentivo l’estate addosso. Anche a occhi chiusi avrei saputo che il mare era lì davanti a noi, ma lasciavo che fosse mia sorella a dire di averlo visto per prima. Arrivati a Savona, la magia di quel momento sfumava un po’ per via delle ciminiere del porto, poi riprendeva il suo spazio quando i palazzi lasciavano di nuovo intravedere quel luccichio irregolare, nascondendolo alla vista subito dopo per poi riconsegnarlo definitivamente ai nostri occhi.

Alla vista del mare anche mio padre sembrava rilassarsi dalla tensione, dovuta al fatto che durante il viaggio non sapeva se la 600 ce l’avrebbe fatta a superare l’Appennino. A causa del surriscaldamento del radiatore, ci costringeva sempre a una sosta fuori programma che invece negli anni si rivelò essere parte imprescindibile del programma di viaggio, visto che avveniva perennemente nei pressi di Altare.
Quella pausa, programmata o meno, per noi era un sollievo. Finalmente potevamo fare la pipì e mangiare i panini al prosciutto che mia madre aveva preparato per tutti la sera precedente la partenza.
La prima mezza giornata era dedicata all’organizzazione dell’appartamento: consisteva nella pulizia di tutto, pavimenti, armadi e sanitari con ammoniaca diluita che mia mamma si portava da casa, come tutto il resto – cibo, bevande, lenzuola e carta igienica per un esercito. La seconda parte della giornata invece nel trasloco e relativa sistemazione negli armadi di due grandi borse e tre scatoloni che contenevano gli abiti, i costumi e tutto il necessario per ogni evenienza, improbabili cambiamenti climatici compresi. Noi bambini eravamo esonerati dai lavori forzati e potevamo andare a vedere il mare, ma senza bagnarci. Allora la prendevo per mano e partivamo. La stretta era inconsueta, differente da quella più nota di quando la accompagnavo a scuola: era più leggera, più libera, estiva. Era come se il mare cancellasse tutti i pericoli e le tensioni e nulla potesse succedere di fronte a quel terzo polmone liquido che respirava lieve ma senza sosta.
Arrivati al mare lo guardavamo in silenzio per un tempo indefinito e solo dopo lo salutavamo in coro ad alta voce e sorridendo: «Ciao mare!». La stessa cosa la facevamo in macchina prima della partenza per il rientro a casa, aggiungendo però un «Arrivederci al prossimo anno» a voce più bassa e senza sorridere.

Invece mia sorella sorrideva sempre, anche se sono poche le fotografie che ci ritraggono insieme. Le uniche che ricordo sono state scattate in quelle settimane di vacanza al mare. Una in particolare dove ci siamo tutti e due, e siamo felici. Ci teniamo per mano, io guardo in camera, lei lateralmente guarda il mare. La linea dell’orizzonte ribadisce che la macchina fotografica era molto inclinata, i nostri piedi tagliati. Difetti che una buona scuola di fotografia ti insegnerebbe a correggere. Tutto tecnicamente sbagliato, un disastro, da cestinare! Seppur imperfetta come la vita stessa, la mia fotografia preferita. Quelle vacanze erano tutto un cedere il passo per gentilezza atavica difficile da scardinare, erano fatte di vento che sa di salsedine che sposta la carta dei gelati abbandonata nei posaceneri dei dehors. Risate di bambini e cartoline con francobolli leccati con la bocca spalancata, il sapore della colla che c’è solo d’estate e dopo non più.

Le code per telefonare agli zii di Torino tre gettoni per dire: «Ciao, stiamo bene, fa caldo ma la notte almeno si riesce a dormire, è ventilato, non come lì a casa». Altri due gettoni per sentirsi rispondere: «Beati voi, qui si muore dal caldo» e poi salutare e mettere giù con la scusa che «c’è gente in coda», sapendo che invece cinque gettoni possono bastare e sei sarebbero troppi. Buone vacanze

Roberto Cristaudo
NP giugno/luglio 2025

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