Esisto anche io!

Pubblicato il 31-08-2026

di Matteo Spicuglia

L’Hotel Grot di Malbork, in Polonia, è di fascia media: 927 recensioni su Booking, giudizio buono, camere a 80 euro. Il tutto a due passi da uno dei patrimoni unesco dell’umanità: l’antico castello costruito dall’ordine teutonico nel 1270, l’edificio in mattoni più grande al mondo. Malbork fino al 1945 si chiamava Marienburg, era una cittadina tedesca roccaforte delle truppe naziste, liberata dall’Armata rossa sovietica, assegnata dopo la guerra alla Polonia, in base ai nuovi confini tracciati dal trattato di Potsdam. Seguì un copione amaro: il trasferimento di popolazioni, strappi esistenziali, un nuovo inizio da ripensare da zero.

Oggi il passato sembra un ricordo lontano, eppure ritorna. All’Hotel Grot è successo tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 con l’edificio ancora in costruzione: gli escavatori erano al lavoro per le fondamenta, quando all’improvviso alcuni operai notarono delle ossa uscire dalla terra. Sembravano i resti di poche persone, forse soldati, ma le verifiche fecero emergere una realtà diversa e sconvolgente: oltre 2.100 corpi, scheletri di donne, uomini e bambini. Buttati nella fossa comune nudi, alcuni morti forse per malattia e fame, tanti altri – almeno il dieci per cento – uccisi con un colpo alla nuca, compresi i più piccoli.

​Erano tutti tedeschi che con ogni probabilità si ritrovarono intrappolati nella città assediata. Quando arrivarono i sovietici, non ci fu alcun liberatore da festeggiare perché iniziarono le vendette. Spietate, senza appello, definitive. I corpi furono seppelliti in fretta e furia, nessuno li cercò più, tanto meno i nuovi abitanti polacchi arrivati come profughi da Leopoli e Vilnius che non sapevano della loro esistenza.

Quando i fantasmi riemersero dalla storia, fu uno shock collettivo per questa città di 40mila abitanti: da una parte, la memoria delle atrocità della guerra, dall’altra quella condanna al silenzio, il meccanismo perverso dei conflitti che possono “legittimarsi” solo quando de-umanizzano le vittime. È successo in Europa, continua a succedere nelle tante guerre attuali, note o dimenticate.

Le vittime però non sono numeri, hanno un nome anche quando nessuno le ricorda, non sono accidenti collaterali della storia, ma il centro. A Malbork lo ha ricordato un particolare di quella fossa comune. Nella massa indistinta di ossa, gli archeologi forensi non hanno trovato vestiti, monili o documenti, nulla che permettesse di identificare quegli innocenti. Tranne un piccolo oggetto di porcellana, forse di plastica: un frammento di una bambola o di un giocattolo, rimasto accanto ai resti di un bambino.

​Non era un dettaglio, piuttosto il riflesso di una vita normale, uguale identica alla nostra, una vita d’uscita dall’anonimato, dalla de-umanizzazione che annichilisce, capace di dire senza parole: «Esisto anche io!».


Matteo Spicuglia
NP maggio 2026

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