Economia di pace
Pubblicato il 05-04-2026
LA GUERRA È UN BUSINESS, INUTILE GIRARCI ATTORNO. Gli affaristi lo sanno molto bene: si vendono armi, mezzi e tecnologia militare. Fiumi di quattrini, stuzzicati anche dal ghiotto piatto della ricostruzione. Se poi c’è di mezzo una popolazione inerme, chi se ne importa, è sempre successo così: la morte, anche cruenta, diventa un male necessario per il profitto. Spaventoso, ma è così. E il dramma è l’assuefazione a questa logica. Per ciò che accade in Medio Oriente, a Israele e a Gaza, in Ucraina e nei moltissimi conflitti dimenticati.
IL BRITANNICO CLIVE W.J. GRANGER, NOBEL PER L’ECONOMIA NEL 2003 per i suoi studi previsionali da econometrista, ha scritto che esiste un’ampia letteratura sulla “economia di guerra”, ma che è invece molto carente quella sulla “economia di pace”. Ne siamo un po’ tutti corresponsabili. Nel senso che spesso non diamo concretezza agli ideali alti, ma rischiamo di soffocarli nella retorica e nel linguaggio di chi si parla addosso. Basta vedere l’impasse in cui si sta trovando in questo periodo la cultura della sostenibilità, con il ritorno ringhioso del negazionismo ambientale e la fatica dell’economia d’impatto e del social investing a ottenere consensi.
«L’ECONOMIA SEMBRA ESSERSI GLOBALIZZATA SENZA UNA “COSCIENZA GLOBALE”», governatore della Banca d’Italia, quando è intervenuto su economia e pace lo scorso anno alla Fondazione Centesimus Annus. Dalle banche e dal sistema del credito dovrebbero arrivare dei segni. Qualcosa accade. Nel febbraio 2024 la Global Alliance for Banking on Values (GABV), rete di una settantina di banche indipendenti, ha firmato la Dichiarazione di Milano in cui gli aderenti si dichiarano impegnati a non finanziare il settore delle armi.
LA FONDAZIONE FINANZA ETICA, ALTRO ESEMPIO, HA CREATO ZEROARMI, uno strumento per valutare il coinvolgimento delle banche italiane nel finanziamento ai produttori di armi. Certo, qui c’è un problema politico e di classe dirigente, senza dubbio. Ma anche noi possiamo agire. Presentandoci alle urne, anzitutto, sostenendo persone degne (l’astensionismo è complice di tanti guai per la pace). E poi, con quello che è chiamato “il voto del portafoglio”: scegliamo con attenzioni i prodotti che compriamo al supermercato, non abbiamo paura di chiedere alle banche cui affidiamo i nostri risparmi come li usano.
PENSARE CHE “NON POSSIAMO FARE NULLA” IN CAMPO ECONOMICO è un alibi: è il gioco dei potentati economici per cui la guerra è inevitabile, ma la pace non è necessaria per il profitto, anzi. A Leone XIV i consueti detrattori seriali imputano una timidezza curiale e un approccio diametralmente opposto a Francesco. Ma sulla questione della pace, fin dalla sua elezione, si è espresso in maniera inequivocabile. Basta leggere il suo messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace del primo gennaio: «Nel rapporto tra cittadini e governanti – dice tra le tante cose – si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». Disarmiamo l’economia?
Francesco Antonioli
NP Gennaio 2026




