Domande che trasformano

Pubblicato il 27-06-2026

di Arsenale dell'Armonia

Storie di accoglienza all'Arsenale dell'Armonia di Pecetto Torinese

Negli ultimi sei mesi abbiamo accolto all’Arsenale dell’Armonia due famiglie uzbeke, Fayzoulloh (10 anni) con sua mamma Dildora e Shakzod (13 anni) con sua mamma Sharofat e sua sorella più piccola Shoira. Entrambi i bambini, gravemente malati, sono venuti qui in Italia alla ricerca di una speranza di guarigione, che però, purtroppo, nei mesi non è arrivata, dato lo stadio troppo avanzato della loro malattia.

Sin dal loro arrivo qui all’Eremo mi ha accompagnata una domanda: «Come si accoglie un bambino a cui, probabilmente, manca poco tempo da vivere? Come si accompagna un bambino a morire?» La risposta alla domanda più innaturale del mondo è in realtà arrivata in modo molto “naturale”, nel tempo, sono stati proprio loro a consegnarmela.
I mesi vissuti insieme sono stati pieni di vita, pieni di senso, il loro sguardo luminoso – una luce rara, difficile da descrivere – è stato la chiave.
Ci siamo allora semplicemente ritrovati a vivere insieme, una vita costellata sì di momenti “speciali”, ma soprattutto di innumerevoli piccoli gesti quotidiani, con l’intento e la speranza di dare bellezza e valore a ogni minuto che ci veniva donato, soffermandoci non su tutto ciò che ci mancava, ma su tutto ciò che di prezioso ci veniva offerto. In quella quotidianità apparentemente ordinaria, si nascondeva qualcosa di straordinario.

Nei mesi abbiamo vissuto molti momenti difficili, vari ricoveri, ulteriori patologie che insorgevano… eppure, dalla bocca di questi bambini non è mai uscita una parola di lamento o di sofferenza.
La loro forza e tenacia era il riflesso di una pace profonda che hanno sempre vissuto interiormente e che traspariva da tutto quanto facessero o dicessero.

Un episodio in particolare mi torna alla mente. Il 14 agosto Fayzoulloh è stato molto male e i medici dell’ospedale hanno deciso di ricoverarlo. Il giorno seguente, però, sarebbe stato il compleanno del suo amico Shakzod e restare in ospedale avrebbe significato non poter festeggiare con lui. Quando la mamma ci ha chiamate, raccontandoci il malessere che stavano vivendo, abbiamo subito deciso di andare a trovarli. Abbiamo preso qualche gioco, qualche genere di conforto preparato con cura per loro da Sharofat, e siamo partite. Arrivate in ospedale abbiamo trovato Fayzoulloh particolarmente abbattuto. A malapena pronunciava qualche parola (cosa davvero insolita per lui, molto chiacchierone con la risposta sempre pronta), è però bastato tirar fuori il mazzo di UNO per vedere sul suo viso già un piccolo accenno di sorriso.
E così abbiamo passato più di un’ora a giocare a carte e a ridere, intervallati da flebo, prelievi e controlli medici, che però, vissuti insieme, è riuscito a prendere in modo leggero e sereno. Al termine della nostra visita, dal suo volto era sparito ogni accenno di malessere e ci siamo salutati con un forte abbraccio e con l’eco di grasse risate. Sua mamma uscendo ci ha abbracciate e ringraziate per aver fatto tornare a suo figlio il sorriso. Brevi momenti, molto semplici, ma pregnanti di amore e di gratitudine, è stata questa la “ricetta” per superare tante situazioni apparentemente buie. Abbiamo imparato allora come il miglior antidolorifico sia l’amore, come un piatto di minestrina mangiata in compagnia acquisti tutto un altro sapore e come un piccolo gioco di carte possa rallegrare una giornata intera.

Il nostro periodo insieme si è concluso col finire dell’anno e il 28 dicembre, ultimo loro giorno in Italia, abbiamo vissuto insieme la marcia "2026 Passi di Pace" organizzata dal Sermig. È stato un bel momento di festa, di colori, di canti e di balli, ma anche di riconoscenza per l’amicizia che ci ha uniti e che continuerà a tenerci vicini, anche se apparentemente lontani. Abbiamo camminato per le strade di Torino come cittadini di un unico mondo, costruttori di pace là dove siamo, testimoni di un bene che va oltre la lingua, il colore della pelle, il credo religioso e ogni altra differenza immaginabile, esclamando a gran voce che essere amici è possibile. Abbiamo camminato uniti da un desiderio di bene comune, pensando al resto delle loro famiglie che avrebbero riabbracciato di lì a poco, ai loro amici e compagni di scuola che non vedevano ormai da parecchi mesi. Abbiamo camminato affidando anche il loro futuro, tutti i loro sogni e desideri, tutto il bene che con le loro vite possono continuare a portare.

Al momento della loro partenza, la domanda che abitava il mio cuore era cambiata, era diventata «Come posso custodire la luce che questi bambini mi hanno donato?»
 

Maria Cotognini
Arsenale dell'Armonia
Focus
NP marzo 2026

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