Dipende da noi
Pubblicato il 26-07-2026
Nonostante cerchi di usare l’Intelligenza Artificiale (AI) in modo consapevole per migliorare i miei processi lavorativi e il bilanciamento tra lavoro e vita privata, ho la sensazione di lavorare sempre di più. Vittima dell’illusione di svolgere in meno tempo le molteplici e variegate tasks che caratterizzano il mio lavoro, alla fine le cose da fare aumentano invece di diminuire. Ma la promessa dell’Intelligenza Artificiale non era quella di aumentare la produttività e, finalmente, di lavorare meno? Colto dall’imbarazzo di non riuscire a spiegarmi questo paradosso, ho cercato conforto, come spesso mi capita di fare, nella ricerca economica.
Uno studio pubblicato sul Quarterly Journal of Economics, una delle più prestigiose riviste di economia, ha analizzato l’introduzione di strumenti di Intelligenza Artificiale generativa in un grande call center: un contesto, comunque, molto specifico e piuttosto diverso da quello della mia professione (professore universitario). I risultati sono chiari: l’AI aumenta la produttività. In media, le prestazioni migliorano di circa il 14%. Ma il dato più interessante è un altro: i benefici non sono distribuiti in modo uniforme. I lavoratori meno esperti migliorano molto più dei più bravi, riducendo il divario di performance.
Una buona notizia, direi. In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale non sostituisce il lavoratore, ma funziona come un vero e proprio “tutor digitale”. Suggerisce risposte, incorpora le migliori pratiche e rende accessibili competenze che prima erano distribuite in modo diseguale. Più che semplicemente accelerare il lavoro, ne modifica la struttura e i processi, rendendo alcune attività più standardizzate e replicabili.
A partire da questi risultati, l’intuizione più immediata è che una maggiore produttività possa tradursi in meno ore lavorate. Se si produce di più nello stesso tempo, si potrebbe lavorare meno a parità di output. Almeno questo è quello che ho imparato quando studiavo economia. Tuttavia, la realtà osservata è più ambigua. Studi recenti basati sui dati dell’American Time Use Survey mostrano che, nei settori più esposti all’AI, dopo l’introduzione di strumenti come ChatGPT, le persone tendono a lavorare di più, non di meno. In media, si osserva un aumento di circa tre ore settimanali, accompagnato da una riduzione del tempo libero.
Ecco, quindi, riproporsi il paradosso che mi tormenta: se la tecnologia rende il lavoro più efficiente, perché non libera tempo? La risposta, da quello che ho capito, è che l’efficienza non determina automaticamente come viene utilizzato il tempo risparmiato. Quel tempo può essere riassorbito sotto forma di nuove attività, obiettivi più ambiziosi o standard più elevati. In alcuni casi, l’Intelligenza Artificiale non sostituisce il lavoro, ma lo espande o ne intensifica il ritmo.
Da un lato è il contesto socio-economico che ci spinge verso l’idea che “più è meglio”; dall’altro, anche la nostra tendenza a cercare soddisfazione e riconoscimento – spesso su quel tapis roulant dell’ambizione che non si ferma mai – ci porta a fare sempre di più. In questo quadro, l’aumento di produttività facilitato dall’AI rischia di giocare a sfavore del tempo libero, rafforzando la sensazione di poter – e in parte dover – aumentare ulteriormente il carico di lavoro.
Il quadro che emerge è quindi meno semplice della narrativa dominante. L’AI aumenta la produttività, ma non determina automaticamente una riduzione del lavoro. Il suo effetto sul benessere della persona è ambiguo: può rendere il lavoro più leggero o più intenso, più accessibile o più controllato, più equo o più esigente.
Inutile dare la colpa all’AI: il risultato finale dipende da come scegliamo di usarla. La riduzione delle ore lavorate non è una conseguenza inevitabile del progresso tecnologico, ma il risultato di scelte organizzative, sociali e personali. L’AI amplia le possibilità; se queste si tradurranno in più tempo libero o in maggiore pressione produttiva dipenderà da come verranno distribuiti i benefici di questa trasformazione, nonché dal significato che attribuiamo al lavoro e da come esso viene integrato nella vita delle persone.
Pierluigi Conzo
NP Aprile 2026




