Dio per un attimo

Pubblicato il 27-03-2026

di Flaminia Morandi

«Chi conosce l’esperienza collettiva della morte lungo molti anni di sofferenza conosce l’irrazionale allo stato puro. Nella follia delle nazioni, che si scatena su una terra, scelta per liquidarvi i propri conflitti da parte di interposti giocatori, la vita diventa il più prezioso dei beni. Quando si passa una grande parte della propria esistenza nel fuoco, mesi interi senza acqua, senza luce e senza lavoro, la nozione di rivoluzione, di causa giusta, suscita folle ilarità. Il solo scopo da raggiungere è l’esistenza stessa… Il corpo straziato è la sola traccia dell’anima. Il corpo assassinato sa l’inanità delle cose, l’assenza di Dio... Ma se la testimonianza della croce viene sentita come vana, bisognerà crocifiggere gli altri: la loro morte proverà la nostra esistenza».

Eccolo il più avvelenato dei frutti della guerra secondo Georges Khodr (foto), oggi 103 anni, metropolita del Monte Libano e del Patriarcato greco ortodosso di Antiochia. Questo scriveva nel 1991: al tempo dell’operazione Desert Storm contro l’Iraq di Saddam Hussein, della Conferenza di Madrid che chiuse il conflitto, della caduta di Gorbaciov, della fine dell’urss, delle tante rivolte scoppiate in Iraq e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Un pugno di scrittori cristiani pubblicò un libretto di riflessioni sul senso del conflitto nella storia dell’umanità, La pace come metodo e non come fine auspicabile.
Perché un titolo simile? All’inizio della storia cristiana non c’erano discussioni: Dio è l’unica fonte della vera pace, la pace di Cristo è quella vita più forte della morte che porta alla risurrezione.

Gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio (Mc 9,10), il fine dell’umanità è la comunione (Gv 17,1), senza un’attitudine di pace nessuno può essere cristiano (San Basilio), i cristiani sono la “razza pacifica” sulla terra, eirenikòn génos (Clemente di Alessandria), un cristiano che fa la guerra si dichiara contro Dio (san Giovanni Crisostomo) e va espulso dalla Chiesa (Tertulliano). Dopo il IV secolo il cristianesimo diventa la religione dell’impero, dunque del potere. Il clima cambia. Sant’Agostino, non a caso citato spesso da George Bush, accusava di eresia manichea chi diceva che la guerra in sé è malvagia e contraria allo spirito cristiano: è un male necessario, a volte minore, nel caso di guerra difensiva o di liberazione. Da qui, nel corso del tempo, avremo “guerre sante”, “sante crociate”, “sante alleanze”, Gott mit uns, In God we trust, mentre l’Occidente si darà da fare per elaborare una teologia della “guerra giusta”.

Ma allora, quale pace cercare? Non la pace che è idolatria della vita biologica, risponde Olivier Clément: «Il guerriero di vita non è un pacifista, è un pacificatore ». Né la pace che cerca purchessia di chiudere in fretta una guerra, per evitare l’accumularsi di odi inestinguibili. I cristiani possono solo avere in cuore una pace “ontologica” (l’unità umana instaurata da Cristo) e il comando di Gesù («amare i propri nemici»). Il metodo? É l’esercizio continuo, meglio dire “lotta”, per diventare consapevoli, diceva san Massimo il Confessore: nel riconoscere che ogni nostra discordia privata, ogni guerra pubblica nasconde «la taciuta paura della morte e il bisogno di nemici: per proiettare su di essi la mia angoscia, rendendoli miei schiavi. Purché, almeno solo per un attimo, io sia libero dal pensiero della morte. Per sentirmi finalmente un dio».
 

Flaminia Morandi
NP dicembre 2025

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