Dialogare si può

Pubblicato il 21-05-2026

di redazione Nuovo Progetto

Pace, memoria, riconciliazione. L’analisi della storica Anna Foa, ospite dell’Università del Dialogo del Sermig

L’odio è un destino, una via inevitabile, una prigione da cui è impossibile uscire?
Oppure, esistono strumenti per riaffermare pace, dialogo, convivenza? Per la storica di origine ebraica Anna Foa l’unica strada è ripartire dal diritto internazionale. È il grido affidato al suo libro Il suicidio di Israele, un saggio senza sconti che va alle radici del conflitto israelo-palestinese, rilanciando però anche una visione per il futuro.
«Parlo di suicidio – spiega – perché la politica aggressiva dell’attuale governo israeliano ha tradito l’idea originaria del sionismo, ma anche le speranze di pace degli anni ’90. Oggi nei fatti si assiste alla distruzione del popolo palestinese».


L’eccidio del 7 ottobre da parte di Hamas però è stata una ferita...
È stato un fatto terribile che nella coscienza ebraica ha ridato vita al fantasma della Shoah. La cosa grave però è che il governo ha utilizzato questo crimine per presentare un Israele sotto assedio, pieno di nemici esterni e interni. La verità è che con questa guerra è diminuita la difesa della democrazia, soprattutto verso la componente arabo-israeliana.
È un governo di estremisti con esponenti razzisti che vorrebbe cacciare i palestinesi.

Che base di consenso ha il governo Netanyahu?
Difficile dirlo. Certamente, le componenti ultrareligiose messianiche che vogliono il Grande Israele senza palestinesi pesano molto. Ma dipende anche dai momenti. La questione degli ostaggi di Hamas ha spinto molti moderati verso Netanyahu. Al tempo stesso, la fame a Gaza e la volontà deliberata di affamare la popolazione ha colpito tantissimi cittadini israeliani. C’è chi si è attivato per aiutare i palestinesi, chi si oppone ai coloni che spadroneggiano in Cisgiordania.
Insomma, sono segnali di un risveglio, ma fragile, perché basta una serie di attentati per mettere tutto in discussione.

È ancora possibile pensare al diritto internazionale?
Le paci imposte sono sempre ingiuste. Purtroppo, è da anni che il diritto internazionale è sotto attacco. Trump sta portando avanti una battaglia durissima contro il diritto. Anche Israele lo sta facendo ed è paradossale perché il diritto internazionale, con tutti i suoi limiti di applicazione, è la più grande conquista del secondo dopoguerra. Dobbiamo difenderlo, rilanciarlo e anche rinnovarlo.

Come si è arrivati a questa polarizzazione? Quali sono le radici di un odio così viscerale tra due popoli?
L’odio non è naturale, non è innato, è nato da particolari situazioni storiche, dalla paura, dalla Shoah. Ci sono cause specifiche che hanno portato a odiare da entrambe le parti.
Ci sono paure che spingono a difendersi, a non riconoscere gli altri. Eppure, a inizio secolo c’era una parte del primo sionismo che pensava ad una coabitazione. Un’ambizione purtroppo tradita. Io credo che la pace potrà esserci se i palestinesi avranno una speranza politica. Oggi molti israeliani negano l’esistenza stessa del popolo palestinese, pensano erroneamente che non ci fossero in Palestina nel primo Novecento. È davvero complicato se non diciamo la verità e continuiamo ad alimentare certe narrazioni.

Come mai si è perso negli anni lo spirito di Oslo, la speranza di pace degli anni ’90?
Dopo Oslo ci sono stati diversi casi di attentati ebraici verso il popolo palestinese, la morte di Rabin, gli attentati contro civili di Hamas.
Tutti elementi che hanno portato consenso alla destra israeliana che aveva come obiettivo la distruzione totale delle clausole di pace. La spiegazione è questa.

Oggi chi è impegnato per tenere vivo il sogno della pace?
Ci sono tanti gruppi israeliani che stanno lavorando per la pace lavorando gomito a gomito con quello che viene considerato il nemico. Penso a realtà come Neve Shalom Wahat al-Salam o la “Tenda del lutto” che riunisce chi ha perso una persona cara per elaborare il dolore. Questi i tentativi dal basso. In generale, servono pressioni internazionali e spinte interne per cambiare la realtà e orientarla al dialogo, all’incontro, al rispetto reciproco.
Come è successo nella riconciliazione del Sudafrica dopo l’Apartheid attraverso il riconoscimento dei crimini e della sofferenza delle vittime. Se non avverrà questo, il destino di Israele sarà soccombere nel giro di qualche decennio a causa della pressione dei popoli arabi vicini. Non vorrei che Israele perdesse la sua anima, il suo sguardo aperto.

È davvero possibile ricomporre memorie anche di dolore così divise?
La memoria può diventare odio e vendetta, ma non solo.
In Israele ci sono due memorie distinte: i palestinesi hanno la memoria della Nakba, la tragedia della fuoriuscita dei palestinesi dal nascente stato Israeliano. Gli Ebrei hanno ovviamente quella della Shoah.
Alcuni storici hanno provato a confrontarle con il desiderio di superare le barriere, ma non è facile. Bisogna coltivare la memoria senza tramutarla in uno strumento di odio e contrapposizione: l’incontro è sempre con le persone che hai davanti.
 

A cura della redazione
Focus
NP febbraio 2026

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