Creativi e connessi

Pubblicato il 30-07-2025

di redazione Nuovo Progetto

Crisi creative? Nessuna.
Dall’arte povera al cinema, dalle scenografie di opere liriche alla grafica pubblicitaria: Ugo Nespolo ha alle spalle una carriera lunghissima, iniziata negli anni ’60 a Torino, per poi approdare in tutto il mondo. Dopo tanto tempo, lo sguardo è sempre lo stesso: curioso, ironico, acuto.
L’arte come punto di vista per incrociare la realtà così com’è e magari provare a illuminarla.


Che ruolo può avere oggi l’arte?
È la domanda delle domande.
La gente comune molto probabilmente non saprebbe cosa rispondere. Questo è il problema di base. Quando ho iniziato mi sono chiesto quale ruolo potessi avere io oltre al commercio, che non è un aspetto comunque secondario.
L’arte prima di tutto dovrebbe entrare nella vita delle persone, entrare in relazione profonda. Non si può comprare un’opera d’arte per investimento, non ha senso.
È assurdo pensare all’artista come un sacerdote unico depositario di un sapere che nessuno capisce. Non è questo il senso dell’arte. Il foglio bianco o la tela grezza poi sono faticosi, ma sono la chiave per mettersi in gioco e il primo passo per cominciare a creare.

Qualcuno è arrivato a dire che tutto è arte. Non è un paradosso?
Bisogna fare un salto indietro.
Nel primo Novecento il futuro era immaginato in termini assolutamente positivi, la modernità era vista come un miglioramento continuo nell’ambito scientifico, culturale sociale e politico. Queste credenze ottimistiche sono state criticate ferocemente dalla filosofia e da due guerre mondiali. Siamo così arrivati alla post-modernità. L’arte ha seguito questo cammino fino ad arrivare agli oggetti già costituiti come con Duchamp.
Così biro, scatolette o orinatoi sono diventati tutte opere d’arte e tutti siamo diventati artisti. Ma è veramente così? Oggi non sappiamo se tutto è arte oppure no. Baudrillard sosteneva esattamente il contrario, dicendo che l’arte stava semplicemente fotocopiando se stessa. Io credo che oggi quando si parla di arte, dovremmo riscoprire le diverse discipline, sperimentare forme alternative, riprendere in mano le tecniche che si sono perse quando abbiamo pensato di essere tutti artisti.
Ritornare a essere prima di tutto artigiani e tecnici per dipingere, scolpire.

Che ruolo ha invece l’artista?
Se esiste ancora l’arte, l’artista deve avere un ruolo combinato. Mettere le sue doti di sensibilità a servizio alla società, deve poter dire qualcosa agli altri. La vera arte deve essere visibile e comunicativa, non ossequiosa verso il pensiero dominante e il mercato. Poi è importante l’ecletticità: dalla scrittura alla scultura, dalla scenografia alla pittura.
Si deve viaggiare e non stare chiusi nel proprio laboratorio. Andare oltre a quegli assiomi come “più costa più vale”, “l’arte come investimento”, “fai sempre le stesse cose”. Sperimentare, farsi una cultura sono aspetti decisivi se vogliamo dire qualcosa di importante. Bisogna rischiare e questo comporta qualcosa di molto pesante: il rischio di non essere compresi.

Come si fa a creare senza compiacere?
In questi tempi siamo arrivati a eccessivi esempi di libertà creativa. In questo, padrone è il mercato. Una non opera d’arte può essere venduta a prezzi altissimi. Warhol diceva che i prossimi musei saranno i supermercati. Anche il turismo impone visite al museo che però non sono vere esperienza artistiche.
Oggi l’artista e l’arte sono optional del sociale. Non c’è spazio per l’artista e il suo messaggio. Una volta non era così. Quando tornano in Francia dopo Napoleone, i Borbone vogliono riprendere lo schiavismo nelle colonie africane, anche attraverso le tratte marittime. In una di queste missioni la nave Medusa si incaglia e affonda. Alcuni superstiti mettono insieme una zattera e rimangono in balia del mare. Alcuni sopravvissuti tornano in patria e raccontano quanto è successo.
Géricault scopre questa storia e si impressiona tanto da voler dipingere la scena andando addirittura a prendere pezzi di cadavere all’obitorio pur di rappresentare la drammaticità della scena. Géricault crede fortemente nella sua funzione sociale tanto da dedicare tutta la sua giovane vita a quell’opera. Anche Picasso con Guernica ha fatto questo percorso… è ancora possibile oggi? L’artista deve trovare nella quotidianità attuale degli spiragli e delle forme per comunicare.



La bellezza ci salverà?
Cosa è la bellezza? Forse una promessa di felicità come ha detto un filosofo? Basta mettere una fascina di legna in mezzo a un prato per dire che è bello? Oggi i canoni antichi non valgono più e tutto va bene. Forse dobbiamo andare oltre alla bellezza, è importante che l’opera d’arte faccia meditare. L’arte deve essere più spirituale, più mistica, andare oltre. Le opere devono indicare vie di silenzio e di profondità che interroghino chi le guarda. Per questo è importante cercare strade nuove, non battute, non comuni.

Come cambia la creatività nel corso della vita?
Grazie all’eclettismo sono riuscito a percorrere strade sempre nuove. Il problema non è tanto la singola crisi, ma capire se ho fatto delle cose buone, se ho speso coerentemente il mio impegno per l’arte. Bisogna saper alternare durezza e morbidezza, accettare l’insuccesso che è molto probabile. La vita d’artista è una lotta continua, ci vuole coraggio, voglia di ricominciare. Non c’è una regola fissa, ma stare con le persone giuste nei luoghi giusti, studiare, osare e mettersi in gioco.
L’intelligenza artificiale è un pericolo?
L’intelligenza artificiale può portare dei grandi vantaggi come anche gli svantaggi che nascono soprattutto da coloro che la usano in maniera impropria. Su alcuni aspetti l’intelligenza umana è ancora avanti. Scherzando ho chiesto a ChatGPT che generasse un museo come lo vorrei io.
Il risultato è stato insoddisfacente: peccato, mi tocca ancora lavorare e non andare in pensione.

Dove ha conosciuto la libertà?
Il mio lavoro è un lavoro anche fisico che si svolge in un atelier dove si incontrano tante persone e tante competenze.
Proprio nel lavoro, nell’ideazione, nelle attività che si espandono attraverso le fasi della progettazione e della lavorazione io trovo la libertà. Riflettendo poi sul ruolo dell’artista penso che la sua utilità stia nella sua dimensione critica. Non posso tacere e, con il mio linguaggio, voglio denunciare la prevaricazione e l’ingiustizia.
Ripeto, l’artista deve essere interventista, è libero quando non rimane estraneo alle vicende umane e sociali.
 

A cura della redazione
Focus
NP aprile 2025

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