Coraggio
Pubblicato il 16-01-2026
Nelle ultime settimane, in occasione della sessione dell’Assemblea generale dell’onu, ha ripreso vigore la spinta al riconoscimento della Palestina come soggetto di diritto internazionale. Numerosi Stati, infatti, hanno annunciato la decisione di riconoscere lo Stato di Palestina, aggiungendosi alle molte decine che lo avevano fatto nei decenni precedenti. Molti sono Stati appartenenti a quello che, malgrado tutto, si continua a chiamare “Occidente”. Mi limito a citarne alcuni: Francia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Lichtenstein, Canada, Australia, Nuova Zelanda, che si aggiungono a Irlanda, Spagna, Polonia, Ungheria, Romania, Cipro, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svezia, Finlandia. Germania e Italia sono per ora ferme nel negare il riconoscimento, insieme a Paesi Bassi, Grecia, Austria, Danimarca e gli Stati baltici. La Santa Sede ha riconosciuto la Palestina (diritto all’autodeterminazione e soluzione “due popoli due Stati”) con l’accordo globale del 2015.
In questo periodo, si è riacceso il dibattito sulla portata politica e sul significato giuridico del riconoscimento. Quando si forma un'organizzazione di governo che eserciti effettivamente e in maniera indipendente il proprio potere su una comunità stanziata su un territorio, essa diventa soggetto internazionale automaticamente. Non è cioè necessario che questo ente venga riconosciuto dagli altri Stati. Il riconoscimento è un atto unilaterale, politico. Non produce di per sé conseguenze giuridiche. Rivela la volontà dello Stato riconoscente di intrattenere rapporti con lo Stato riconosciuto. Essa si traduce essenzialmente nell’instaurazione di relazioni diplomatiche e nella stipulazione di trattati. Tra gli Stati “riconoscenti” e lo Stato “riconosciuto”, cioè, si dà vita a una più o meno intensa vita di relazione.
Per quanto riguarda la Palestina, la questione fondamentale, che viene sottolineata dai governi che tuttora ne rifiutano il riconoscimento, è relativa al possesso di questi requisiti. La Palestina presenta il carattere dell’indipendenza? Oppure si tratta solo di una forma di semplice autonomia? L’esercizio di un potere di governo è davvero caratterizzato dall’effettività (esistenza di una vera autorità di governo, confini certi)? Quando si parla di “Palestina”, a chi si guarda? Autorità Nazionale Palestinese, Hamas? Qual è la sua condizione giuridica nella comunità internazionale e, in particolare, alle Nazioni Unite?
Pur con tutti i dubbi su questi interrogativi, l’Assemblea generale dell’onu nel 2012 ha attribuito alla Palestina lo status di “Stato non membro” con funzioni di “osservatore”. Si tratta di una qualificazione per certi versi curiosa, che ne afferma la statualità ma ne nega la qualità di membro dell’organizzazione. Una recente risoluzione del maggio 2024 ha posto le condizioni per un possibile futuro riconoscimento.
La Palestina è stata ammessa come Stato membro all’unesco, ed è “Stato parte” dello Statuto di Roma, e riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale.
Nelle ultime settimane abbiamo assistito a forti spinte verso il riconoscimento, con importanti Stati che hanno deciso di accordarlo. Si tratta di un segnale politico forte, che non ha solo valore simbolico, come afferma chi ha interesse a sminuirne la portata. Israele, poi, lo considera un atto ostile, e il primo ministro Netanyahu si è più volte apertamente pronunciato nel senso di negare una prospettiva concreta alla nascita di uno Stato palestinese.
La tragedia che si consuma a Gaza, con la commissione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – non giustificabili come legittima risposta agli orrori perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023 e dalla volontà di liberare gli ostaggi – e con il crescente sospetto (avvalorato da importanti e autorevoli report di organismi internazionali) che si stia consumando un genocidio; le terribili violazioni del diritto internazionale umanitario; le sempre più frequenti dichiarazioni di esponenti del governo israeliano di voler procedere con la politica degli insediamenti e delle colonie in vista di una vera e propria annessione della Cisgiordania; le inquietanti dichiarazioni di alcuni ministri israeliani sul futuro di Gaza e dei palestinesi, hanno contribuito a imprimere una spinta.
Il riconoscimento vuole dare il segnale ai governi: coraggio, la Palestina deve essere un interlocutore e un protagonista delle iniziative volte a consentire che si realizzi appieno il suo diritto all’autodeterminazione. Lo status di osservatore non basta più. L’osservatore non è soggetto a pieno titolo; deve stare ad attendere che altri decidano per lui.
I riconoscimenti individuali di ormai oltre 150 Stati (su 193 membri dell’onu) sono, dunque, un passo importante, e indicano la volontà di alzare il profilo della Palestina nella comunità internazionale, e permetterle di arrivare alla tanto attesa realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. L’ammissione a pieno titolo all’onu incontra un ostacolo formidabile. La Carta stabilisce che l’ammissione di un nuovo Stato membro avviene per «decisione dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di sicurezza». Le decisioni del Consiglio sono adottate a maggioranza di nove membri su quindici, e tra i nove deve esserci il “voto concorrente” di tutti i cinque membri permanenti. Di questi, quattro riconoscono la Palestina, mentre gli Stati Uniti sono fermamente contrari, e porrebbero il veto.
La storia pone agli Stati alcune sfide cruciali. Sui governi incombe la responsabilità di raccogliere le sfide e di dare risposte all’altezza di esse.
NP Novembre '25
Edoardo Greppi




