Competenza umana
Pubblicato il 20-02-2026
Ultimamente ho letto un breve articolo su un giornale in cui si parlava del senso del tatto e della riscoperta, in un’epoca digitale, di questo quinto senso, il più semplice, il più istintivo e, forse, uno dei più comunicativi, perché può intervenire in mancanza degli altri. Toccare può essere un gesto che dà fastidio, ma può comunicare qualcosa che a parole non si può esprimere, come per esempio una carezza. Mi sembra che la riscoperta dell’importanza del tatto ci conduca a una riscoperta più profonda della nostra umanità e della necessità attuale di ritrovare, soprattutto nella nostra cultura latina, un modo di rapportarsi umano e umanizzante.
Si comunica molto attraverso i mezzi di comunicazione attuale, ma c’è qualcosa che non può essere espresso né comunicato e in un certo senso ne rimaniamo orfani.
Per esempio, San Benedetto, quando parla dell’accoglienza degli ospiti, sempre presenti in un monastero, usa, per esprimere la carità cristiana con cui bisogna accogliere, in particolare i poveri, la parola “umanità”.
Mostrare nell’accoglienza ogni forma di umanità sembra quasi identificarsi con la parola carità, quella carità cristiana che è trasparenza del modo con cui Dio ci accoglie e si è fatto accogliere. Il Dio che si è fatto uomo ci insegna a essere umani.
Credo che questo concetto sia alla base della civiltà europea occidentale e ha attraversato i secoli e le vicissitudini delle numerose invasioni e migrazioni della storia. È una ricchezza che non bisogna perdere, nonostante tutta l’evoluzione tecnologica, economica e sociale. Non è solo questione di “fare”, essere operativi, efficaci. Certo bisogna agire con intelligenza e far sì che l’«opera delle nostre mani» sia fruttuosa, come dice il salmo 90: «La grazia del Signore nostro Dio sia sopra di noi, e rendi stabile l'opera delle nostre mani; sì, l'opera delle nostre mani rendila stabile»; ma non è tutto. Per essere “umani” occorre dare importanza all’essere più che al fare: si può servire con molta competenza, aiutare, curare, lavorare senza “esserci”, senza dare la propria presenza e con essa il nostro cuore, la gentilezza, l’attenzione alla persona, senza che la persona umana sia considerata tale e senza creare un rapporto e uno scambio umano. Basta essere stati solo qualche giorno in ospedale per accorgersi della differenza, ma è un’esperienza che si può fare anche entrando in un negozio, o se si è avuto bisogno dell’aiuto di qualcuno. È, mi sembra, una sfida capitale che ci pone l’Intelligenza Artificiale. Può far tutto. salvo avere un’empatia umana.
Con il nostro modo di essere possiamo rendere grigie o luminose le giornate di chi ci sta intorno, dare speranza o abbattere, suscitare una simpatia che permette una qualità di vita o tracciare confini e muri intorno a noi. La competenza serve, ma non è tutto: occorre che essa sia accompagnata dall’umanità.
Come dicevo è una sfida che ci lancia l’Intelligenza Artificiale e la robotizzazione di tanti servizi.
Non basterà il servizio reso se, in qualche modo, dietro non c’è un calore umano.
Nell’umanesimo della nostra plurisecolare tradizione non c’è solo l’aspetto affettivo o quello di fantasia che può sedurre, ma c’è un rapporto personale, insostituibile, per cui il Tu ha lo stesso valore dell’Io ed esso mi riconosce come un Tu; così posso fare anch’io. Il Tu non diventa neanche un Noi, rimane indipendente anche se legato in modo unico. E, se mi tocca, ricevo una comunicazione che dice molto più delle parole e perfino dello sguardo.
Cesare Falletti
NP novembre 2025




