Cella numero zero
Pubblicato il 18-11-2025
«Tornando dalla processione due militi fascisti armati mi obbligarono a seguirli in municipio. Là mi incontrai con i due delatori che erano andati a deporre contro di me. Ci fu un breve colloquio col questore, io ammisi le accuse contenute nella deposizione delle due spie, dicendo che ero pronto a firmare ciò che avevo detto in chiesa perché erano tutte sacrosante verità che la fede e la storia approvavano. Non mi permisero nemmeno di passare a casa […]; venni subito trasportato a Cuneo in questura e, dopo poche ore, buttato in carcere (la cella numero zero: se un giorno arriverò a pubblicare il libro dei miei ricordi, se mai riuscirò a scriverlo, così vorrei intitolarlo, con il numero della cella in cui venni rinchiuso in carcere solo per aver parlato di pace!)».
Così scrive nei diari don Raimondo Viale, narrando del suo arresto e del successivo avvio al confino presso Agnone, provincia di Campobasso, in Molise. Colpevole di aver speso parole di pace contro la guerra imminente – Mussolini la dichiarerà otto giorni dopo – il 2 giugno 1940.
Accade a Borgo San Dalmazzo, alle porte di Cuneo. Don Viale chiama la guerra «inutile, sciocca»,dice che un prete deve sempre essere contro la guerra. È parroco dal 1936, ha già subito insulti, minacce, bastonate. Ma il buon pastore non abbandona il gregge. «Io – narra di sé – mulo alpino, instancabile, allergico alle avventure sessuali, ardito sui viottoli impervi, ma prudente se il guidatore carrettiere dorme dopo una sbornia, io, mulo del tempo che fu, ma ancora utile per ciò che gli altri si rifiutano di fare, nacqui nella tranquilla conca di Limone Piemonte il 15 maggio del 1907, f iglio di gente semplice che dei sani valori aveva fatto virtù». Dopo l’8 settembre don Viale sceglie la Resistenza. Aiuta, sfama e nasconde ebrei, confessa e conforta partigiani, assiste condannati a morte. «Quando prenderemo quel prete lo taglieremo a pezzetti», minaccia il federale fascista. Ma non lo prendono, non lo prenderanno mai. Pur avendoci provato più volte. Si nasconde sui monti coi partigiani, tra disagi e pericoli. Finché, come Dio vuole, la guerra finisce. Don Viale riceve il “brevetto di partigiano”, firmato tra gli altri da Ferruccio Parri, Luigi Longo, Enrico Mattei, i capi della nuova Italia. E da Israele arriverà il riconoscimento massimo di “Giusto tra le nazioni”, come salvatore di ebrei. Il “mulo alpino” muore il 25 settembre 1984.
NP agosto/settembre 2025
Renzo Agasso




