Cara Maria

Pubblicato il 07-07-2019

di dom Luciano Mendes

di Ernesto Olivero - Sei andata in ospedale per un accertamento. Sembrava niente. La risposta drammatica: tumore al fegato, non operabile. Ci siamo guardati. Io ho pianto. E tu: non piangere. No invece, ti ho risposto, io piango. Da lì è ricominciato un amore che già da cinquant’anni ci avvolgeva, la storia d’amore nostra, la storia d’amore più bella della nostra vita, già piena di gioia, senza alti né bassi, amore soltanto, amore sempre. Sentivamo bussare la morte alla nostra porta. Non ci trovava impreparati. A morire ci siamo allenati per tutta la vita, ogni volta a morire un poco e sempre di più a noi stessi. Però non abbiamo mai parlato di morte. Non ci faceva paura, ma non ne parlavamo, perché sapevamo che non poteva farci niente.

Parlavamo di noi. Ti rendi conto che questa che ci capita è la storia più bella della nostra vita?, ci dicevamo. Abbiamo sempre pensato: prima gli altri poi noi. Poi il Sermig è esploso, anche per causa tua. Eri stata tu, toccata dal Signore, ad avere capito per prima che Lui ci stava coinvolgendo in qualcosa di speciale. Stavolta, pensiamo a noi, ci siamo detti, e notte e giorno ti dicevo: ti voglio bene. E tu mi rispondevi: gioia mia! Era il tuo modo affettuoso per accogliere tutti. Ti voglio bene! Mai l’abbiamo ripetuto tante volte come in questo periodo. Però tra le lacrime.

Non ho paura di piangere. Se c’è dolore, si piange. Mai un pianto di lamentela però, ma lacrime sì, tante: l’amore fa piangere. Ma guardandoci negli occhi abbiamo deciso da subito di offrire tutto per i giovani, per l’Appuntamento di Bergamo, perché arrivino vocazioni equilibrate, per le intenzioni di dom Luciano Mendes de Almeida. Non avevi mai scritto niente sul mio diario alla rovescia. Eri troppo umile, tu. Il 14 gennaio, il giorno di quella sentenza in ospedale, tra le lacrime ti ho detto: Maria, abbiamo una responsabilità, verso la famiglia, verso il Sermig, verso tante persone che ci vogliono bene. Dovresti scrivere. E tu: non sono come te che scrivi al volo. E io: devi solo essere te stessa, Maria, tu come sei.

E dal 14 gennaio hai scritto ventuno volte: mai una parola di pessimismo, di lamento. Ogni volta che scrivevi, un inno alla gioia e all’umanità. Sei tu come sei, Maria. Quattro giorni prima che te ne andassi ti abbiamo scattato una foto mentre passeggiavi in giardino. Mamma mia, che bella! Eri piena di vita, piena di speranza. Piango guardando quella foto. Mi sento amato da te anche ora. Ti percepisco vicina anche fisicamente. Sei tu che mi sproni.
Centotredici giorni. Il tempo che la notizia del 14 gennaio diventasse la bella notizia che la morte può non fare paura se è un cammino verso il Paradiso e la certezza dell’eternità.

Ne ho avuto la prova anche all’ultimo, quando hai raggiunto Gesù, accompagnata dai miei baci e abbracci. C’era tutta la nostra famiglia intorno, quella nata da noi e tutto il Sermig, tutto. Tutti piangevano ma di gioia. Era brutto tempo fuori, ma quando hai chiuso gli occhi un raggio di sole ha illuminato il nostro ultimo abbraccio. È stato un momento mistico!
Cara Maria, lo so che continuerai a spingermi verso la speranza. Io piango ancora, ma non è disperazione. Ti vorrei rattrappita, disabile, ti dicevo prendendoti in giro, purché tu rimanga. Ma il Signore ti voleva, voleva dirti grazie.

Ciao Maria, accettami così, anche se ogni tanto piango, non è disperazione, è un modo di volerti bene.

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