Calcutta, sulle sponde dell'Hooghly

Pubblicato il 19-09-2025

di Roberto Cristaudo

Ogni mattina, alla luce ancora opaca dell’alba di Calcutta, il fiume Hooghly accoglie i suoi devoti. È uno dei momenti più vivi della città, lì dove le acque scorrono lente e l’enorme ponte di Howrah si staglia come un colosso d’acciaio, silenzioso testimone del via vai sulla riva. In questo preciso luogo, poco distante dal pulsante e colorato mercato dei fiori, si radunano i lavoratori dopo una notte di fatica tra ghirlande di gelsomini e cesti di margherite. Ci sono zolle di terra bagnata, odore di fiume e di vita. I corpi, scolpiti dalla fatica, si spogliano senza pudore di fronte all’acqua sacra. Con sapone e secchi di latta, iniziano il rito quotidiano della purificazione, che è insieme bisogno e spiritualità, pausa dal peso delle ore e silenzioso ringraziamento. Nell’aria si sente il vociare allegro, le battute che volano leggere mentre le schiene indolenzite vengono insaponate tra schizzi, risate e cenni d’intesa. La schiuma scivola sulle ossa in evidenza, si mescola all’acqua e porta via la polvere dei fiori, il sudore del lavoro, le stanchezze della sopravvivenza.

C’è chi si ferma, seduto sulla sponda, con il volto segnato da una miscela di serietà e abbandono. Si guarda intorno, osserva il mondo che si riflette nelle increspature del fiume, e lascia al sole nascente il compito di asciugare la pelle.

È un tempo sospeso: il proprio corpo ancora immerso nel qui e ora, mentre la mente si prepara già al prossimo carico, ai profumi intensi delle bancarelle, alle urla dei commercianti, al ritmo incessante della città. Intorno, i sandali abbandonati sulla riva simboleggiano un passaggio, un confine invisibile tra la polvere del mercato e la freschezza di questa breve parentesi d’acqua. Anche per chi osserva da fuori, il lavarsi nel fiume non è solo un atto di igiene. È un gesto identitario, un rito di comunità: la condivisione della fatica e del riposo, la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande. Sul ponte, la vita urbana scorre ignara di questi istanti di semplicità, immortalati nell’incanto di un giorno qualunque. E mentre il traffico aumenta e Calcutta si anima, i lavoratori del mercato dei fiori, lavati e rinnovati, si disperdono lentamente, pronti ad affrontare una nuova giornata, carichi non solo di fiori, ma anche di una leggerezza ritrovata nella corrente antica dell’Hooghly. Calcutta – che oggi si chiama Kolkata – è una città che vive e respira contrasti. Fondata nel XVII secolo come avamposto della Compagnia delle Indie Orientali, è stata per quasi due secoli il cuore pulsante dell'impero britannico in India. I suoi palazzi coloniali affacciati sugli ampi viali raccontano ancora l’eco di quell’antico splendore, oggi mescolato all’energia disordinata del presente. Questa è la città dei libri, della poesia e dell’intelletto: terra natale di Rabindranath Tagore, Nobel per la Letteratura. Eppure, Kolkata è anche la città delle immense contraddizioni sociali e della povertà diffusa che si intreccia alla ricchezza improvvisa della modernità.

Nelle sue strade si incrociano fedeli, studenti, mendicanti, artisti, operai. E proprio qui, tra queste vie affollate, una figura è diventata leggenda: Madre Teresa. Arrivata in India nel 1929, consacrò la propria vita ai più poveri tra i poveri, fondando le Missionarie della Carità e trasformando il nome di Calcutta in simbolo universale di compassione. Nonostante critiche e polemiche, Madre Teresa riuscì a riaccendere, nella città, un senso di dignità e speranza perfino negli angoli più dimenticati, tra gli ultimi e i disperati, proprio come questi lavoratori del mercato che al mattino si affidano all’acqua per ritrovare vigore. Camminando tra le rive dell’Hooghly e i quartieri di Kolkata si avverte ancora il riverbero di quella umanità accogliente e resistente. Le storie di chi ogni giorno si lava nel fiume si intrecciano con quelle di chi a Calcutta ha trovato una seconda possibilità, un conforto, uno sguardo generoso. In questa città, la fatica e la solidarietà sono compagne quotidiane, e nella ritualità di un bagno nell’acqua del fiume si coglie l’essenza stessa di Kolkata: un luogo dove il dolore e la bellezza, la fatica e la speranza, viaggiano sempre insieme, e dove, nonostante tutto, ogni giorno si ricomincia.

 

Roberto Cristaudo
NP Maggio 2025

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