Bullismo economico
Pubblicato il 13-10-2025
La politica dei dazi, con il suo tira e molla, mette in crisi decenni di multilateralismo e minaccia la pace
Lo European Council on Foreign Relations scrive che «il 2 aprile 2025 non è il Giorno della Liberazione in nessun calendario… tranne quello di Donald Trump, che ha annunciato la sua lista di dazi mondiali personalizzati».
Il “bullo” della Casa Bianca – quello con lo sguardo ingrugnito e minaccioso e che dice di essere stato salvato da Dio – ha sferrato un violento (e sgangherato) attacco al commercio internazionale, “sparando” raffiche di pesanti dazi doganali contro quasi tutti gli Stati del mondo, con aliquote diverse (salvo poi ritornare sui suoi passi nelle settimane successive). L’Unione Europea viene particolarmente colpita, e contestualmente fatta oggetto di dichiarazioni intrise di aggressività e volgarità. Le borse mondiali sono precipitate, e il mondo dell’economia prefigura una recessione globale. L’attacco è stato violento perché ha generato un terremoto nei mercati finanziari internazionali. Ma è anche apparso sgangherato perché – in piena coerenza generale con la politica del pregiudicato che governa la maggiore potenza del mondo – è parso privo di criteri chiari, oggettivi, razionali.
Le scelte politiche, anche le più scellerate, possono essere oggetto di discussione, ma sono da giudicare sulla base delle loro premesse, dei metodi, degli effetti. Tuttavia, la politica economica, commerciale e finanziaria internazionale viene attuata in una cornice di principi e regole giuridiche.
In altre parole, esiste un complesso ambito normativo – il diritto internazionale dell’economia e il diritto delle organizzazioni economiche internazionali – che è stato concepito e sviluppato per “governare” i rapporti economici, commerciali e finanziari tra gli Stati. Ebbene, oltre a pesantissime conseguenze economiche, siamo in presenza di violazioni di quelle regole e di quei principi che da ottant’anni disciplinano il commercio internazionale.
Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, proprio gli Stati Uniti si sono messi alla guida di un processo storico finalizzato ad assicurare la pace, affidata a grandi istituzioni internazionali.
La guerra era ancora in corso, ma gli Alleati (che già dal 1942 si sapeva che avrebbero vinto!) si preparavano a disegnare l’assetto della comunità internazionale del dopoguerra. Prima ancora che la conferenza di San Francisco desse vita all’onu (1945), veniva aperta la strada a organizzazioni internazionali che, accanto a questa, avrebbero «risparmiato alle future generazioni il flagello della guerra» (preambolo della Carta dell’onu). Tra queste organizzazioni spiccavano un Fondo Monetario Internazionale (istituito già nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods) e una “Carta dell’Avana” istitutiva dell’Organizzazione internazionale del commercio (ito). Questa non fu mai concretamente realizzata per la mancata autorizzazione alla ratifica da parte del Congresso degli usa, ma venne parzialmente sostituita dal gatt, l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, dalla cui azione “provvisoria” scaturì poi l’attuale Organizzazione mondiale del commercio (omc o wto).
L’idea fondamentale era che la pace dovesse essere assicurata attraverso il “multilateralismo istituzionalizzato”, chiamato a permeare tutti gli ambiti dei rapporti tra Stati: lavoro (con l’Organizzazione internazionale del lavoro), salute (con l’oms), alimentazione e agricoltura (con la fao), istruzione e cultura (con l’unesco), e così via. Oggetto dello stesso metodo di cooperazione multilaterale erano anche la dimensione monetaria e finanziaria. Per questa, dunque, furono istituiti il gatt (ora omc) e il Fondo Monetario e la Banca Mondiale.
La Seconda guerra mondiale era iniziata anche con le aggressive politiche del Terzo Reich proprio in questi ambiti. Nell’est europeo i nazisti si erano infiltrati con forme di penetrazione commerciale e del Reichsmark prima che con i carri armati del generale Guderian il primo settembre 1939 in Polonia. Il nazionalismo economico nazista era stato un’arma di guerra. Per questo, la risposta post-bellica era l’apertura dei mercati al commercio e ai pagamenti internazionali.
Dal 1947, in seno al gatt gli Stati hanno pazientemente e costantemente negoziato la graduale riduzione e perfino l’eliminazione di dazi e tariffe doganali, e degli ostacoli tecnici agli scambi (quelli che derivano dalla disparità delle normative nazionali).
Come hanno insegnato grandi maestri come Luigi Einaudi, la libertà nella sfera economica, commerciale e monetaria è fattore di cooperazione, di benessere e, quindi, di pace.
Ebbene, ora l’Europa e il mondo si interrogano su come rispondere «davanti a questo disastro, alla follia da bandito di Donald Trump, alla sua visione padronale, alle Borse che crollano come se fosse l’11 settembre, alla globalizzazione che va in frantumi, ai mercati che si restringono presi d’assedio dall’aggressività animalesca e distruttiva delle lotto-crazie della forza bruta, ai risparmi in fumo di milioni di cittadini, ai lavori precari che svaniscono assieme alla pace famigliare» (editoriale di Andrea Malaguti su La Stampa).
L’Unione Europea deve esprimere una voce unitaria, la diplomazia deve rivendicare il suo primato, e rilanciare il multilateralismo al quale dobbiamo 80 anni di pace in Europa e in larga parte del mondo.
«Opporsi alla prepotenza degli Stati Uniti non è solo una buona politica, ma anche politicamente vantaggioso. Con fermezza, coraggio e cortesia, l’Europa dovrebbe semplicemente andare per la sua strada» (Nathalie Tocci, Direttore dell’Istituto Affari Internazionali, Roma).
Edoardo Greppi
FOCUS
NP giugno / luglio 2025




