Beata debolezza

Pubblicato il 19-07-2026

di Flaminia Morandi

«Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Ecco il nostro limite, l’impotenza umana storica, che può trasformarsi in “peccato personale”: ingiustizia, malignità, cupidigia, invidia, frode, calunnia, superbia, omicidio (Rm 1,28-31). La fragilità umana deve fare i conti anche con due giganti esterni che condizionano la nostra coscienza: la cultura in cui siamo immersi, che cristiana non è (e non è mai davvero stata) e ci influenza anche se non ce ne rendiamo conto, e l’ideologia politica ed economica del tempo, che per ragione di Stato o interesse economico considera bene ciò che è male. “Strutture di peccato”, le chiamava il cardinal Martini. Il loro frutto avvelenato è il mainstream attuale della performance, del guadagno compulsivo, del potere, che rischia di soffocare o rendere ancora più impotente l’aspirazione cristiana. E così siamo aggrediti non solo dai nostri mali interiori («Dal cuore dell’uomo escono le intenzioni cattive...», Mc 7,21-23), ma dal male di quello che il Vangelo chiama il “mondo”.

La vita in Cristo è l’opposto della “performance”: è rendere interiore e sempre presente l’esperienza del limite. «Beato l’uomo che conosce la sua debolezza. Questa conoscenza sarà per lui fondamento e principio», dice Isacco il Siro, monaco qatariota del VII secolo, finissimo osservatore dei movimenti interiori. L’ingresso nella vita cristiana è proprio questo: guardare in faccia la nostra debolezza, riconoscere e dare il loro vero nome alle passioni che ci attraversano, senza mascherarle e cercare un alibi che non offuschi l’immagine che vogliamo avere (e dare) di noi. Il vero male non è il male: è il rifiuto di vederlo, è coprirlo ipocritamente; quando invece è il primo mattone dell’edificio spirituale che siamo chiamati a costruire in noi. Vivere nel mondo da figli e fratelli è possibile; un percorso cristiano serio è possibile. Ma solo se accogliamo il nostro limite.

Lì ci aspetta il Signore. Il limite è il confine dove l’umano può gridare aiuto e lasciarsi toccare dal divino. Dove c’è lotta e quindi la presenza di una passione, dice Isacco, proprio lì c’è la presenza del Signore. «Finché portiamo l’immagine di Adamo è necessario che abbiamo anche le sue passioni». “Necessario”, sì: perché le passioni sono “potenze” messe nell’uomo da Dio stesso «in aiuto della crescita dell’anima e del corpo», per aiutarlo a scendere a un livello interiore più profondo, dove si acquisisce “la sapienza dello Spirito” e si fa esperienza della “provvidenza”: dell’aiuto di Dio e dei suoi doni “a misura delle tentazioni”.

Il limite dunque è la grande occasione che il Signore ci offre: l’uomo giunto alla conoscenza della propria debolezza tocca il fondo dell’umiltà, l’unica che gli permette di vivere «bene davanti a Dio, senza ansia»: infatti, «come l’ombra segue i corpi, così la misericordia segue l’umiltà». Senza ansia: senza più paura della morte e delle piccole morti quotidiane dell’insignificanza, della piccolezza, dell’umiliazione. Del limite.

Il cristiano sa che Cristo solo al ladrone ha detto: «Oggi sarai con me in Paradiso». Il ladrone resta ladrone, resta un peccatore. Ma con accanto il Signore può finalmente guardare in faccia il suo peccato e abbracciare la sua beata debolezza. Il suo santo limite, il male riconosciuto e perdonato che gli apre le porte alla libertà infinita dello Spirito.


Flaminia Morandi
NP Marzo 2026

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