Allo stesso tavolo
Pubblicato il 29-09-2024
Dal 18 al 21 marzo 2024, 80 giovani da tutta Europa si sono riuniti a Milano nelle sedi dell’Università Bocconi e dell’ISPI per l’evento Planet Needs YOUth. Si sono messi nei panni dei capi di Stato delle maggiori potenze mondiali, simulando il G20 che si terrà il prossimo novembre a Rio De Janeiro.
Dopo aver superato una prima fase di selezione, mi sono trovata anche io a sedermi al tavolo delle trattative. L’obiettivo era raggiungere il consenso sui temi relativi al multilateralismo, la transizione verde e la cybersicurezza. Consenso davvero non facile da raggiungere se si tiene conto che ogni proposta, per poter essere inserita nelle dichiarazioni finali di incontri del genere, deve essere approvata in toto o parzialmente da tutti i singoli Paesi membri. La forma del consenso come processo decisionale è oggi applicata sia nei diversi “G” (gruppi informali di Stati, come ad esempio il G20), sia in molti degli organi dell’ONU. I giovani presenti, chiamati durante l’evento di Milano “Global Ambassadors”, hanno voluto condividere alcune riflessioni sulla propria esperienza che li hai visti vestire i panni di funzionari rappresentanti specifici interessi nazionali.
Che cosa hai provato nei panni del Paese che rappresentavi?
Spesso mi sono sentita impotente, perché come Unione Europea ho sempre puntato molto in alto nelle mie proposte, in particolare sulla questione della decarbonizzazione.
Poi però mi dovevo scontrare con i no di altri Paesi. Mi dicevo: la decarbonizzazione è qualcosa di giusto e necessario per il nostro pianeta, com’è possibile che non riusciamo a metterci d’accordo?
In altri contesti, invece, ho provato vergogna. La prima sera ci siamo trovati informalmente nella hall dell’hotel coi ragazzi che rappresentavano i Paesi del G7; abbiamo cenato insieme e ci siamo messi d’accordo sulle scelte da prendere durante la simulazione, per rispondere compatti ai BRICS+ del Sud Globale. A un certo punto, ho pensato ai ragazzi che rappresentavano il Sud Globale e che non abbiamo invitato a quella cena: mi sono resa conto che le contrapposizioni tra le persone e i popoli nascono così, quando non possono sedersi tutti attorno a uno stesso tavolo.
(Y., 25 anni, Unione Europea)
Mi sono sentito potente e, a volte, è stato anche divertente sapere di avere tutto quel peso politico, devo ammetterlo. Mi sono però anche reso meglio conto del fatto che in diverse occasioni gli Stati Uniti non sono stati portatori di democrazia e pace come dicono di essere e non hanno vissuto la loro responsabilità a servizio del mondo.
(M., 22 anni, Stati Uniti)
In base all’esperienza fatta, credi che bisognerebbe puntare maggiormente sul multilateralismo e sul G20, oppure sono altre le strade da percorrere?
Al G20, Paesi che di norma sono impegnati a farsi la guerra sono costretti a parlarsi faccia a faccia. Il fatto che due nazioni con un peso politico ed economico differente come usa e Indonesia abbiano lo stesso tempo per esprimere la propria opinione su un argomento e lo stesso potere di osteggiare o appoggiare certe dichiarazioni è un grande esercizio di democrazia.
(T., 26 anni, Francia)
Penso che il multilateralismo sia la soluzione, ma che la formula del consenso conduca a risoluzioni generiche e non vincolanti che difficilmente possono portare risultati concreti.
A oggi, penso che la formula della maggioranza qualificata, già adottata dal Consiglio Europeo, potrebbe essere la migliore da applicare anche a contesti come il G20. La maggioranza qualificata si raggiunge se il 55% degli Stati vota a favore di una proposta e gli Stati che appoggiano la proposta esprimono almeno il 65% della popolazione totale rappresentata.
(G., 22 anni, Canada)
Quali sono le maggiori difficoltà che hai riscontrato nel dialogo con gli altri Paesi?
All’inizio è stato difficile mettere da parte il mio etnocentrismo, in particolare il mio essere una persona bianca ed europea. Ho realizzato che proposte e obiettivi che potevano sembrare universalmente validi erano in verità il frutto di realtà privilegiate e scarsamente realizzabili in contesti poveri e per di più depauperati delle proprie risorse.
(B., 21 anni, Canada)
A un certo punto stavamo discutendo della transizione verde e delle energie rinnovabili. Un Paese come l’Arabia Saudita è da un lato molto avanti nella produzione di energia e tecnologie verdi e nella costruzione di città verdi, dall’altro è cresciuta basandosi sul commercio di petrolio. Passando dall’oggi al domani a un’economia verde, si farebbe crollare l’intero Paese.
(R., 23 anni, Arabia Saudita)
Questo è stato un evento per giovani, a cui è stato dato loro molta fiducia. In che modo credi che i giovani possano far sentire maggiormente la loro voce nella nostra società?
Innanzitutto bisogna essere informati. Poi è necessario organizzarsi per portare le proprie istanze a un pubblico sempre più ampio. Questo fa bene non solo alla società e al mondo, ma prima di tutto a noi stessi, perché possiamo incontrare tante persone e far maturare la nostra capacità di comunicare con loro.
(M., 22 anni, Stati Uniti)
Per me è molto importante scrivere e pubblicare articoli e utilizzare i social media in maniera più costruttiva e informativa: molto spesso invece rischiamo di concentrarci su profili social che non hanno un valore e non servono a crescere.
(R., 23 anni, Arabia Saudita)
Alla fine della simulazione, i responsabili dell’ISPI hanno dato il loro riscontro sul documento finale che è stato redatto. Si sono complimentati per il realismo dimostrato, in particolare per quanto concerne il tema del multilateralismo. Dopo aver discusso per ore su una possibile riforma dell’ONU, ci siamo resi conto che non era nemmeno possibile proporre una sospensione del diritto di veto in quei casi che riguardano il genocidio e le atrocità di massa, perché ne risentirebbero gli equilibri all’interno dello stesso G20. Si tenga presente che, ad esempio, che nel G20 dell’anno scorso a Nuova Delhi si è raggiunto un consenso sulla questione della guerra in Ucraina, con la Russia presente al tavolo, solo grazie a un equilibrismo diplomatico da parte della presidenza indiana: invece di criticare apertamente la Russia, nella dichiarazione finale è stato scritto che tutti gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza per cercare di acquisire territori. Vedendo quello che ancora oggi succede in Ucraina, verrebbe da dire che forum come questi sono inutili perché non permettono di prendere risoluzioni. Anche perché le conseguenze di ogni tensione geopolitica ricade su quei popoli che hanno minore capacità di azione diplomatica e politica. Tuttavia, curare il multilateralismo è necessario: gli Stati che 80 anni fa si facevano la guerra tra di loro, oggi si trovano attorno a un tavolo a discutere. Non è molto, ma non è neppure poco.
Giulia Grimaldi
NPFOCUS giugno / luglio 2024




