Alla ricerca del bene
Pubblicato il 28-02-2026
L’economia non è solo sinonimo di profitto, può essere uno strumento prezioso a servizio dello sviluppo integrale dell'uomo.
Non credo che l’economia sia una scienza triste. Può essere violenta e spietata, oppure “generativa”, questo sì. Dipende molto dallo sguardo che assume.
Ci siamo sentiti ripetere spesso quanto sarebbe importante cambiare il suo “paradigma”. Una parolona, che in sostanza significa “visione complessiva”. Ecco il punto: va modificata visione all’economia se desideriamo costruire futuro. È tempo di creare segni in tal senso, senza i grugniti arroganti che da gennaio 2025 si levano dalla Casa Bianca.
In questi mesi plumbei di guerre, orrori e corsa al riarmo, mi sono convinto ancor di più che lo sguardo nuovo può venire dalla “economia civile” che alcuni economisti italiani stanno meritoriamente riportando in evidenza; sono, tra gli altri, Stefano Zamagni, Luigino Bruni e Leonardo Becchetti. È una angolazione tutta italiana, teorizzata per la prima volta da Antonio Genovesi (foto), che avviò le sue lezioni all’Università di Napoli nel novembre del 1754. Lo studioso salernitano, nel fecondo ambiente partenopeo illuminista, fissò alcuni principi centrali.
Scopo dell’economia nella società? Raggiungere il bene comune tramite lo sviluppo integrale dell’uomo, che è sì crescita, ma anche buone relazioni sociali e cura della spiritualità in senso laico (cultura, religiosità).
Ben diversamente la vede l’economia politica che stava per esplodere con la rivoluzione industriale oltre Manica: fine ultimo, sosteneva il suo massimo teorico Adam Smith, è il bene totale, la crescita a ogni costo con la massimizzazione del profitto. Entrambe d’accordo con il valore del mercato, ma con una differenza fondamentale, il presupposto antropologico: homo homini lupus (ripeteva il filosofo Hobbes) per l’economia politica, un uomo è un lupo per un altro uomo, cosicché devi ringhiare, diffidare, difenderti; homo homini natura amicus, secondo Genovesi, ovvero «ogni uomo è per natura amico dell’altro uomo».
In tutto ciò si radicano il rifiuto dell’idea di homo oeconomicus, autocentrato nell’accumulare ricchezza, e la convinzione che, oltre a Stato e mercato, sia necessario un terzo pilastro, la società civile, per far evolvere in senso equo e giusto la collettività. A chiudere il cerchio, la straordinaria intuizione di Genovesi: «È legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri». Abita qui la distinzione tra “economia generativa” (mix tra creatività e desiderio di migliorare la condizione di vita altrui) ed “economia estrattiva” (l’egoismo di scaricare i guai sulle nuove generazioni).
C’è assoluta urgenza di cambiare registro. Alcuni indizi sono evidenti. L'insostenibilità ambientale e quella sociale; la corsa al ribasso dei costi di produzione che penalizzano Paesi poveri e lavoratori a bassa qualifica; la povertà del senso del vivere, con l’aumento delle “morti per disperazione” (direbbe il Nobel per l’Economia Angus Deaton).
Dobbiamo studiare e impegnarci nel nostro piccolo: a partire dalle assemblee di condominio, dal luogo di lavoro, dalle associazioni; imparando a interpretare i fatti con questa chiave. Ci proviamo? Sarebbero davvero azioni molto disarmanti.
Francesco Antonioli
NP dicembre 2025




