A che serve?

Pubblicato il 30-01-2013

di Flaminia Morandi

 

È la domanda tipica di questo nostro mondo dove le cose che non servono finiscono in pattumiera. Cose, e persone: i vecchi, i malati, i non nati, tutti gli scomodi e i non produttivi. Non sono così anche i monaci, per molti?

di Flaminia Morandi

benedictus.jpgS. Benedetto spiega la Regola, Abbazia di Notre Dame de Maylis, Landes, Francia Cos’hanno da dire i monaci alla società di oggi? E chi li ascolta nel rumore assordante del mondo? La storia di Benedetto può essere una risposta. Millecinquecento anni fa il mondo aveva molti punti di contatto con quello di oggi, per esempio lo sconcerto e la confusione davanti alle grandi ondate migratorie dei barbari, che sembravano mettere in pericolo la cultura e i valori di un tempo. Nel 410 Alarico aveva invaso Roma, la prima volta nella storia, un evento paragonabile all’attentato alle Twin Towers. Nel 476 l’impero di Occidente si era estinto, Roma non era più capitale, altro turning point culturale, di un peso che oggi non riusciamo a immaginare. L’ostrogoto Teodorico era riuscito a diventare governatore dell’Italia per conto dell’imperatore d’Oriente e sognava di realizzare la perfetta integrazione tra romani e barbari, che non gli riuscì.

La cristianità era divisa dallo scisma monofisita. Trame, corruzione, elezione di due papi antagonisti, uno sostenuto dal popolo, l’altro dall’imperatore d’Oriente erano i mali che affliggevano Roma. Ed ecco che Benedetto, giovanissimo, taglia con la vita da studente dal futuro brillante che conduceva a Roma e se ne va a vivere in solitudine in una grotta del Lazio: mentre i cristiani si azzuffano nel tentativo vano di definire Cristo, lui è convinto che solo la solitudine gli permetterà di
ascoltare la voce di Dio nel suo cuore. Pochi anni dopo, gli riuscirà l’integrazione fallita a Teodorico: nei suoi cenobi di Subiaco goti e romani convivranno da fratelli, allo stesso livello in comunità, senza tensioni. Ma nessuno lo sa. Anche quando Benedetto muore, a metà del 500, la notizia non è in agenda: il mondo ha ben altro da fare. Eppure, quel Totila che minacciava Roma, solo Benedetto era riuscito a farlo ragionare.

Molti anni dopo, un papa suo ammiratore, che avrebbe voluto fare il monaco invece del diplomatico, intuisce che solo il monachesimo benedettino può dare un volto umano e pacifico all’Europa centrale. Così papa san Gregorio Magno manda dei benedettini a evangelizzare gli anglosassoni: da lì il monachesimo benedettino, adattamento occidentale del monachesimo mediorientale, con qualche ritocco diventa l’unico regime monastico in Europa. A Benedetto si richiamano tutti i successivi fondatori di ordini monastici: gli abati di Cluny, san Romualdo e i camaldolesi, san Giovanni Gualberto e i vallombrosani, san Brunone e i certosini, san Norberto e i premostratensi (che pure erano canonici e non monaci), san Bernardo e i cistercensi, l’abate Rancé e i trappisti, e giù giù fino ad oggi. Tutti scelgono la severa e misericordiosa Regola benedettina, la radice religiosa forte su cui si sviluppa l’idea di Europa, che prima di Benedetto non esisteva.

Dove sorgono i monasteri, i boschi e le lande fredde dell’Europa si trasformano in paesaggio, i terreni vengono bonificati, l’acqua canalizzata, le terre diventano fertili, le foreste regolarmente rimboscate. Il lavoro, che prima di Benedetto era una maledizione, roba da schiavi, diventa un criterio di santificazione del tempo e assicura la ripresa vitale dell’umanità occidentale. Mentre il mondo si ammazza di ingordigia e di superbia, i monaci rispondono con una povertà generatrice di ricchezza e di bellezza. Lavorano bene, consumano poco e si ritrovano con delle eccedenze da investire. Capiscono in fretta che distribuire i beni in più ai poveri è controproducente per gli stessi poveri, e allora investono in alberghi per pellegrini e in ospedali, in chiese e in cattedrali, in opere che ancora oggi sono per noi una notevole fonte economica. Mentre le guerre incendiano e distruggono, i monaci copiano centinaia di testi del passato, permettendo il progresso occidentale. Dobbiamo a loro raffinate tecniche di ingegneria idraulica, di allevamento equino, di vinificazione. Pensiamo ai monaci mentre beviamo champagne, cirò, freisa, greco di Gerace e greco di Tufo, chablis e gattinara. E anche quando viviamo nelle nostre difficili democrazie: un secolo prima della Magna Charta i cistercensi inventano il principio democratico del primato dell’assemblea, sorgente di tutti i poteri, compreso quello, in casi gravi, di deporre il superiore, in nome del Vangelo e della Regola.

Nel nascondimento e nel silenzio, in una vita appartata dal mondo ma con uno sguardo profetico sul mondo, i monaci compiono e continuano a compiere una dolcissima e pacifica rivoluzione che trasforma alle radici, in profondità e nel tempo, come l’irrigazione a goccia, la cultura umana, generando un mondo nuovo. Fanno però ciò che ogni cristiano nel suo stato è chiamato a fare: l’impossibile che il Vangelo chiede, unica strada possibile per la felicità.

 

MINIMA – Rubrica di Nuovo Progetto

regola.jpgPrologo della Regola, miniatura cassinese del X secolo

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