La grande pausa

Pubblicato il 20-04-2020

di Cesare Falletti

Storie, volti e riflessioni nel tempo sospeso dal coronavirus.

 

In tempo di epidemia, che ci rende tutti semi-eremiti, la testa non cessa di pensare e attraverso muri chiusi gli occhi vedono. Cosa rimane? L’essenziale è che la persona umana diventi sempre più umana, che si liberi sempre di più.

 

Sembra quasi che le nostre teste si siano svuotate e che l’epidemia non divori solo i polmoni, ma anche i pensieri. Eppure la nuova esperienza di solitudine, di quasi immobilità, di relazioni sociali che per sopravvivere devono diventare più profonde, hanno aperto e aprono degli orizzonti che avevamo dimenticato. Persone che ci vivevano accanto come veri sconosciuti diventano amici di cui si cerca la conversazione, magari attraverso finestre e balconi! Ciononostante siamo quasi senza parole, come se non sapessimo più vivere altro che l’“avvenimento” che ha invaso tutto. Pensieri e parole hanno un unico soggetto.

Tante cose sono successe e tante si sono dette che, se un giorno si raccogliessero, si sarebbe ben stupiti del disordine che può abitare la nostra mente collettiva.

 

Sarà bene ricordare che questo non è un tempo speciale, ma che ogni tempo porta in sé tutti i tempi e la persona umana rimane unica e uguale in ogni circostanza e trova la sua ricchezza in ogni cosa. Provo a seguire un pensiero, partendo da una piccola cosa, ma non senza importanza.

 

Dicono che l'inquinamento atmosferico sia molto diminuito e ho l’impressione, guardando la fontana del chiostro del mio monastero romano, che l’acqua in cui navigano dei pesci rossi anch’essa sia più chiara. Anche le nostre teste e i nostri cuori possono trovare una maggiore chiarezza, una semplicità che ci fa bene, che ci fa respirare un’aria più pura. Non è automatico e non è senza prezzo o lotta. La lotta è ciò che costruisce davvero la persona umana. Per essere se stessi occorre abbandonare se stessi, uscire dal proprio catafalco in cui siamo rinchiusi come bellissime mummie, che tutti vogliono vedere e ammirare, ma che hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno una bocca e non parlano, hanno un cuore e non amano. Occorre spezzare la teca, che conserva così bene dei morti, per rischiare la vita dei vivi, che sono molto meno protetti e ammirati, ma hanno la vera bellezza e la capacità di essere contenti, gioiosi, addirittura felici. Finché si vive nella bellissima e preziosissima teca non si può avere tutto questo e si è avviluppati in una luce artificiale e esposti ad effetti che non danno nessun gusto. Per sopravvivere in un tempo di epidemia, che ci rinchiude tutti in casa, non possiamo far altro che trovare il modo di essere davvero liberi, uscire dalla teca ed essere quello che siamo. Chi ha il coraggio di riconoscere nella povertà umana che si svela un misto di grandi aspirazioni, di paure, di ricordi e di sogni, di rancori che fanno capolino e di frustrazioni mai assorbite, di affetti che ci lasciano inquieti e ci motivano, per poter vivere una vita che esce da se stessa, di suoni che ci aprono all’incontro e di attese in cui si mischiano i colori della gioia e della delusione? Solo una persona vera e umile, libera e che ama se stessa e sa essere riconoscente per quello che è.

Uscire da se stessi, dal proprio guscio che sembra proteggerci, ma ci soffoca, in questi tempi di reclusione diventa una necessità. Uscire nudi, così come siamo, come scopriamo di essere nella solitudine, per consegnarci agli altri nella bella verità della nostra creazione. Siamo stati creati fragili, ma siamo preziosi; ciascuno è un pezzo unico e proprio il fatto di non poter trovare la nostra sicurezza nell’uguaglianza con gli altri è la nostra fragilità, ma anche la nostra ricchezza. Proprio in questa povertà della libertà e povertà del futuro, troviamo la vita.

 

Vedi il focus Riflessioni in tempo di Covid 19

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