Lo sguardo dell’anima
Pubblicato il 08-07-2026
«NOI NON VEDIAMO LE COSE NEL MODO IN CUI SONO. Le vediamo nel modo in cui siamo»: così il Talmud ci ricorda che il nostro sguardo è soggettivo, i nostri occhi vedono attraverso lenti limitanti, che a volte ci impediscono di scorgere la vera bellezza. Nella Londra vittoriana del tardo Ottocento il povero John Merrick, soprannominato “l’uomo elefante” per una grave deformità fisica, era trattato ed esibito come una bestia da circo, uno scherzo della natura buono soltanto a suscitare curiosità e ripugnanza.
ALLA SUA TRISTE STORIA È DEDICATO The Elephant Man, il film capolavoro del 1980 diretto da David Lynch, che dipinge una società industriale grigia e brutale, votata al progresso economico ma indifferente al dolore del prossimo. A suscitare angoscia nello spettatore non è infatti il volto deforme di Merrick ma lo sguardo spietato della folla. A ridargli dignità di uomo sarà il Dottor Treves (Anthony Hopkins), che, se inizialmente lo porta in ospedale per pura curiosità scientifica, ben presto si rende conto che dietro le sembianze mostruose si cela un’anima sensibile, delicata e colta. Con il suo aiuto, Merrick rinasce come essere umano, a dispetto di una moltitudine impietosa che lo denigra. E lo fa con un eroismo commovente, alimentato dalle gioie più semplici della vita: l’affetto di un amico, il bacio di una donna, il teatro, l’arte. Se Treves non lo può guarire, può però prendersi cura di lui ed è in quei gesti semplici ma potenti che Merrick troverà, alla fine, la serenità e la pace: «Io sono felice ogni ora del giorno, amico mio. Anche se sapessi che morirei domani. La mia vita è bella, perché so di essere amato. Io sono fortunato!».
NELLA SCENA FINALE DEL FILM IL PROTAGONISTA SI ADDORMENTA per sempre sulle note dell’Adagio per archi di Samuel Barber, scelto personalmente da David Lynch. Il tema musicale, una breve cellula melodica basata su gradi congiunti ascendenti, si sviluppa gradualmente fino a raggiungere un culmine, per poi ridiscendere. Questa forma ad arco è perfetta per raccontare la storia di un’anima nobile che piano piano riacquista dignità e umanità, anche se la malattia non le lascerà scampo. Il finale del brano presenta cadenze irrisolte, che da un lato esprimono dolore ma dall’altro aprono alla speranza. L’Adagio, eseguito per la prima volta nel 1938 sotto la direzione di Toscanini, fu utilizzato come requiem per i funerali del premio Nobel Albert Einstein, un uomo non solo geniale ma anche empatico, che sicuramente sarebbe stato in grado di scorgere la bellezza di John Merrick. Fu lo stesso Einstein, infatti, a dire che: «È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».
IL CAPOLAVORO DI LYNCH CI RICORDA CHE LA VERA MOSTRUOSITÀ appartiene a chi sceglie di non vedere l’umanità del prossimo. Per Seneca la bellezza dell’anima è sufficiente a fare bello il corpo. Cupido non a caso scaglia le sue frecce con gli occhi bendati poiché, come scrive Shakespeare, «il vero amore non guarda con gli occhi ma con l’anima». E se «gli specchi – secondo il poeta francese Jean Cocteau – dovrebbero pensare più a lungo prima di riflettere», noi tutti dovremmo saper osservare con il cuore prima di giudicare.
NP marzo 2026
Mauro Tabasso




